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L’uomo economico, idea di natura umana dominante in Occidente, è tra le più grosse bufale del nostro tempo e resiste sin dal Settecento. Eppure già nell’Ottocento antropologi, archeologi, storici hanno mostrato la totale infondatezza della visione dell’uomo come soggetto razionale mosso solo dal proprio interesse personale

Sull’idea occidentale di natura umana Marshall Sahlins ha scritto un magnifico libretto dal titolo Un grosso sbaglio (elèuthera, Milano, 2010). Ma si è trattato di un grosso imbroglio.
La visione dell’“uomo economico”, dell’essere umano come soggetto mosso esclusivamente dal proprio interesse personale e in grado di realizzarlo nel migliore dei modi perché dotato di una capacità di scelta perfettamente razionale ci viene imposta, a partire dal Settecento, come un modello di vita e pensiero cui conformarsi. Ed è bene allora raccontare anche che tale è stata la natura umana sin dalle origini: l’homo sapiens sarebbe stato tale perché oeconomicus.

È Adam Smith, nella Ricchezza delle nazioni, pubblicata nel 1776, che segna l’inizio della teoria economica moderna, il primo a parlare di «una certa propensione della natura umana … a trafficare, barattare e scambiare una cosa con l’altra». L’uomo “primitivo” (maschio), quando esce da una condizione iniziale di sostanziale isolamento, manifesta un’innata tendenza all’arricchimento. Come soggetto razionale, capisce che gli conviene specializzarsi in una determinata attività e scambiare il proprio prodotto con quello di altri. Ciascuno, specializzandosi, risulterà più produttivo e, dunque, potenzialmente più ricco, che se avesse preteso di produrre ogni cosa. La divisione del lavoro e il conseguente scambio, nella forma del baratto, sono il risultato di una propensione naturale, il portato del comportamento razionale umano.

Gradualmente l’essere umano razionale capisce che il baratto non è una modalità di scambio efficiente. I “costi di transazione” sono molto elevati, perché lo scambio può avvenire solo in presenza di una bilaterale corrispondenza reciproca tra bene posseduto e bisogno. Si comincia allora ad accettare, in cambio del proprio prodotto, un altro bene che non soddisfa immediatamente un bisogno, ma che si sa potrà essere facilmente ceduto ad altri. I beni più facilmente vendibili, più “liquidi”, si affermano come mezzo di scambio. Quando tale mezzo di scambio diventa un oggetto, magari di nessuna o limitata utilità pratica, ma cui viene generalmente riconosciuto un valore intrinseco (l’oro, l’argento), il processo…

L’articolo di Ernesto Longobardi prosegue su Left in edicola dal 20 dicembre

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