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Nel dopoguerra si è fatta strada una narrazione istituzionale edulcorata della nostra presenza coloniale in Africa. Così il silenzio è calato sui campi di concentramento in Libia, sulle armi chimiche in Etiopia, sugli eccidi paragonabili a quelli nazisti in Italia

È il rapporto col presente – con la vita, per dirla con Pierre Nora – ciò che soprattutto differenzia la memoria dalla storia. Quest’ultima è infatti rappresentazione del passato, di ciò che non c’è più; mentre le memorie collettive sono il frutto di processi di selezione e di interpretazione di quel passato alla luce del presente, e del punto di vista dei gruppi sociali che le producono. Se ripercorso al contrario, dalla memoria verso la storia, il processo di creazione delle memorie e delle narrative che le sostengono è capace di dirci molto della realtà attuale: soprattutto ci dice come i fatti del passato sono stati selezionati, e perché le diverse memorie si sono modificate col modificarsi della realtà, o sono state difese.

In quest’ottica la storia degli “italiani brava gente”, elemento centrale della memoria collettiva sul colonialismo italiano, sembra capace di dirci qualcosa sull’Italia repubblicana.
La formula “italiani brava gente” non nasce in relazione con la questione coloniale, ma è stata elaborata nel dopoguerra ad indicare una generale attitudine, attribuita al popolo italiano in contrasto con quello tedesco, a non essere mai veramente crudele, violento, e razzista ma piuttosto empatico e al massimo vittima delle contingenze.

La formula si è però dimostrata particolarmente efficace per sintetizzare gli elementi portanti della narrazione egemone sul colonialismo, incentrata sui coloni italiani, descritti come lavoratori, per di più lavoratori migranti; e sull’effetto positivo del loro lavoro nei territori coloniali, in particolare nel campo delle infrastrutture.
Alla base di questa narrazione, come sempre capita ai miti, ci sono alcuni fatti reali: è vero che l’Italia investì notevolmente nel campo delle infrastrutture, anche se più che un atto di bontà si trattava di un’azione fondamentale per l’occupazione e il controllo del territorio. Ne è dimostrazione, ad esempio, il fatto che…

Ricercatrice di Storia contemporanea all’Università di Cagliari, Valeria Deplano è studiosa di storia del colonialismo italiano. Nel 2009 e 2010 ha lavorato presso il Libyan studies centre di Tripoli. Dal 2016 è responsabile del ciclo dei seminari di ricerca Sissco sul tema “L’Europa tra migrazioni, decolonizzazione e integrazione
(1945-1992)”.

L’articolo di Valeria Deplano prosegue su Left in edicola dal 20 dicembre

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