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I canti del 2011, quelli della rivoluzione, hanno riecheggiato di nuovo la notte delle elezioni di Kais Saied, neopresidente della Tunisia. La speranza di cambiamento continua a far battere i cuori dei giovani, stanchi della crisi che non si è mai trasformata in nuove prospettive post rivoluzione. Ora in molti confidano nel giurista che il 13 ottobre è divenuto presidente, lui che si batte contro la corruzione, il RoboCop della politica tunisina: Kais Saied appunto.

Negli ultimi anni il vento della crisi continua ad arrivare dal sud. Da lì molti ragazzi decidono di partire. In molti sono laureati, altri, troppo poveri per continuare a restare. Il salario medio è di venti dinari al giorno, ovvero sette euro. La vita resta cara.

Spacchiamo il Paese con un autobus. Le folate di vento che spingono su sabbia e canti ci portano a Gabes. Quando la luce cala i bar si riempiono. Shisha e tè da bere, ogni sera, con le stesse facce, gli stessi lamenti e le ore a guardare videoclip musicali che portano dall’altra parte del Mediterraneo. Si canta d’Italia, d’Europa, della speranza che qui sembra essere morta. C’è anche chi vorrebbe restare, per lavorare qui.
«Io ho una laurea in ingegneria informatica – racconta un ragazzo mentre fuma – ma il salario comunque non lo porto a casa».

Gli stessi giovani ogni mattina si svegliano e devono guardare un mare divenuto distesa di liquame nero, contaminato dal Gruppo chimico tunisino (Cgt), che sta intossicando questa costa.
La società è pubblica ed estrae fosfati dal 1970, riversando poi in mare, ogni giorno, circa 14 mila tonnellate di prodotti. L’inquinamento è capillare. Entra nelle falde, nei terreni e nell’aria. Ci si ammala da anni nell’indifferenza delle…

Il reportage di Giuseppe Borello e Lorenzo Giroffi prosegue su Left in edicola dal 20 dicembre

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