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Sono 17 i dispersi a causa dei roghi solo nell’ultima settimana. Ma il premier di centrodestra Scott Morrison non intende modificare le politiche statali contro l’emergenza climatica

In Australia fuoco e fiamme hanno ricominciato a divampare. Se durante le feste natalizie gli incendi che proseguivano da luglio scorso avevano concesso una tregua, il pericolo ora è tornato. Dall’inizio della stagione dei roghi, a settembre, sono morte 18 persone. E solo nell’ultima settimana almeno 17 persone sono state dichiarate disperse. Intanto nel Paese continua un’accesa discussione attorno alle conseguenze del climate change e sulle mancanze del governo di centrodestra per mitigarne e prevenirne gli effetti.

Già a novembre si gridava alla “catastrofe”: un milione di ettari di terreno erano stati bruciati negli stati orientali del New South Wales e del Queensland, che avevano dichiarato lo stato di emergenza. Proprio il New South Wales aveva catalogato appunto come “catastrofico” il rischio incendi, per la prima volta nei dieci anni in cui viene usato l’attuale sistema di classificazione.

La notte di Capodanno, nello Stato di Victoria, in migliaia si sono dovuti rifugiare in spiaggia, mentre le fiamme lambivano la costa. Nonostante gli interventi da parte del governo conservatore in carica dal 2013 – e ora in crisi di consensi – come la creazione di corpi volontari di vigili del fuoco, la recente scelta di premiare con 4mila dollari i volontari attualmente impegnati a spegnere i roghi, o l’invio di aerei e navi militari per trasferire le persone intrappolate sulla costa, la portata degli incendi non sembra scemare.

È proprio il New South Wales, lo Stato più popoloso, ad aver pagato per ora lo scotto della tragedia: 15 sono le vittime accertate in questa area, tra le 18 totali, e circa 1.300 le case devastate. E poi ci sono 17 persone, tutt’ora disperse, tra il New South Wales e lo Stato di Vittoria. Le fiamme si sono spinte fino a ricoprire un’area di circa 50mila chilometri quadrati (più di sei volte la superficie bruciata nel 2018 dagli incendi in California). I roghi stanno inoltre mettendo in crisi l’ecosistema del Paese: sarebbero 480 milioni gli animali morti dall’inizio dell’emergenza, secondo una stima dell’Università di Sydney. Moltissime strade sono state bloccate dalle code di turisti e residenti obbligati ad abbandonare le case e gli alberghi seguendo le istruzioni delle autorità.

L’allarme maggiore deriva dall’evidenza che nel 2019 gli incendi hanno cominciato a propagarsi già da luglio, ossia almeno tre mesi prima del solito. Infatti, la stagione del fuoco sarebbe dovuta cominciare ad ottobre. Tema centrale ritorna, così, il cambiamento climatico e l’inefficacia del governo nell’implementazione di politiche atte a combatterlo. Difatti, gli esperti hanno riconosciuto che le cause principali dei focolai sono la siccità che ha colpito la parte orientale del continente tre anni fa e la vegetazione secca che ne è derivata, oltreché l’innalzamento delle temperature. È del 18 dicembre la rilevazione del giorno più caldo mai registrato nel Paese, con una media termica di 41,9 gradi. In aggiunta a questi primi fattori (anche nell’ultima settimana sono stati registrati più di 40 gradi in tutti gli Stati australiani), vi sono i forti venti, principali agenti nella propagazione delle fiamme.

Già a dicembre scorso alcuni ex vigili del fuoco avevano domandato al governo di prendere in considerazione misure contro il riscaldamento globale, in modo da intervenire anche sugli incendi in aumento. Il primo ministro Scott Morrison, però, di tutta risposta aveva portato la famiglia in vacanza alle Hawaii, e sarebbe tornato in patria solo dopo la morte di due pompieri e una valanga di critiche ricevute. Morrison non avrebbe, comunque, intenzione di modificare le politiche della coalizione liberal-conservatrice pensate per affrontare l’emergenza climatica.

La politica dell’attuale governo prosegue sulla scia di quella dell’ex primo ministro liberale John Howard, e nega di fatto l’urgenza degli allarmi che si levano dagli ambientalisti. Anche l’odierno vicepremier Michael McCormack non crede al collegamento tra i roghi, il cambiamento climatico e l’industria del carbone australiana. La coalizione di governo ha abolito la tassa sul carbone introdotta dal precedente esecutivo laburista, istituendo un fondo da 3,5 miliardi di dollari australiani (corrispondenti a 2,2 miliardi di euro) da dividere tra chi accetta di ridurre le emissioni. Il carbone è, comunque, al secondo posto tra le esportazioni del continente ed è utilizzato per generare quasi due terzi dell’elettricità.

Sta di fatto che le fiamme non accennano a diminuire e anche Sydney è in pericolo. L’aria in città è tra le più inquinate del pianeta, e in ampie zone del Sud Est del Paese il cielo è grigio, arancione e ocra a causa delle ceneri sollevate dagli incendi. Il fumo e la cenere sono arrivati fino in Nuova Zelanda, dove le nevi e i ghiacciai sono ricoperti da uno strato di polveri marrone. Basti pensare che la disponibilità di mascherine e altri dispositivi per aiutare la respirazione è terminata in moltissimi negozi del Paese. Secondo gli esperti, la devastazione degli incendi è destinata a continuare: ecco perché, per il governo, trovare delle misure che contrastino il cambiamento climatico è ormai un obbligo più che un’opzione.

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