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Dietro all’esaltazione social della “domenica gratuita” c’è il considerare i visitatori dei musei come fossero consumatori, sempre in fila, di un Black Friday. E tra l’altro, per eliminare le file le soluzioni ci sarebbero: più accessi gratuiti e biglietti online

Il 2020 è nato illuminato dell’esaltazione mistica social, quasi adolescenziale, esternata il cinque gennaio dal ministro Mibact, Dario Franceschini, e da molti “suoi” direttori: è la prima apertura gratuita, in questo nuovo anno, di grandi musei e siti archeologici statali. Sembra di vederli quei volti esterrefatti mentre scattano e ingurgitano foto alle file interminabili dei visitatori per poi vomitarle sui social. Neanche i pastori del presepe davanti alla celebre Stella cometa sono arrivati a tanta commozione. È il nuovo sport (disumano): quello a chi ha la fila più lunga.

Perché questo esibizionismo ministeriale è preoccupante? Almeno per due ragioni. La prima, di natura tecnica, è legata al fatto che dietro quelle file c’è una ricercata disorganizzazione dei singoli musei. Le file sparirebbero, ad esempio, se solo i biglietti di accesso potessero essere acquistati on-line e in ogni dove, edicole incluse, così come accade per quelli della metropolitana in alcune città. L’aggravante in tale vicenda sta nel fatto che questa soluzione, così qui rapidamente ricordata, è alla portata di tutti già da tempo ma non viene applicata come dovrebbe. Inutile dire che la lunghezza delle code si risolverebbe semplicemente aumentando anche i giorni di accesso gratuito. La verità, però, è che le due soluzioni appena citate non vogliono adottarle perché, semplicemente, le file interminabili da Black Friday sono molto scenografiche e riempiono di like le pagine dei social.

La seconda ragione, invece, è più sottile perché quell’ostentazione ministeriale è dimentica del Paese reale, quello che fa fatica ad arrivare alla fine del mese, quello che ha, di fatto, solo due alternative: rimanere in casa davanti ai tanti programmi della tv trash oppure andare nei centri commerciali dove la solitudine diventa ancora più densa di silenzio. Diciamocela proprio tutta senza troppi giri di parole: dietro quell’esaltazione di ministro e seguaci c’è di più e di peggio. Loro, infatti, in quell’ostensione digitale parlano di se stessi, e, senza rendersene conto, dimostrano quello che sono e soprattutto, più dolorosamente, come intendono i visitatori.

Questi ultimi sono considerati alla stregua dei consumatori come quelli, sempre in fila, davanti alla cassa di un fast-food o di un hard discount o, come detto, di un Black Friday. La nostra Costituzione della Repubblica ci vuole, invece, cittadini, soggetti di diritti, di doveri e soprattutto di dignità e un museo questo tipo di persone dovrebbe abbracciare e coltivare. Inutile dire che fra le patatine fritte e un dipinto di Caravaggio si estende un abisso di umanità, quella che evidentemente difetta a tutti i disaccorti, impietosi fotografi di file umane anche nei giorni di pioggia.

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