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C’è bisogno di radicalità che guardi al mondo del lavoro e dia risposte immediatamente migliorative ad un corpo sociale frantumato, atomizzato, immiserito, umiliato. Una radicalità includente che tenga assieme questione democratica e dimensione sociale

La crisi economica del 2008 in Italia ha segnato la fine dei due modelli politici proposti nella II Repubblica: la rivoluzione neoliberale del berlusconismo e la normalità rassicurante proposta dal centrosinistra. Il centrodestra ha colto la cesura e si è ridefinito lungo l’asse Lega e FdI, con la marginalità di Fi. Le forze progressiste e di sinistra, il campo che dovrebbe opporsi allo schieramento sedicente sovranista, mostra evidenti limiti a ridefinirsi nel mutato contesto prima sociale e poi politico-istituzionale. Di radicalità c’è bisogno, di radicalità che guardi al mondo del lavoro e dia risposte ad un corpo sociale frantumato, atomizzato, immiserito, umiliato. Di radicalità includente che tenga assieme questione democratica e dimensione sociale, c’è bisogno. Disoccupazione di massa, precarietà e lavoro povero da un lato e aumento esponenziale delle ore lavorate invece per quella parte di stabilmente occupati dovrebbero rilanciare – anche da noi – il tema della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. In Italia i lavoratori e le lavoratrici lavorano ben più della media europea, dunque la scarsa produttività del sistema non è attribuibile ad un presunto lassismo di parte operaia.

Anzi, il poter disporre di forza lavoro sovente priva di diritti, con bassi salari aumentando a dismisura la giornata lavorativa è causa ed effetto del processo di terziarizzazione debole del sistema economico italiano.

La Cgil, nel congresso che ha eletto Maurizio Landini segretario generale, ha prodotto un documento che parlava  in maniera inequivocabile di riduzione generalizzata degli orari e del tempo di lavoro, a parità di salario, finalizzando la redistribuzione dell’orario a favore dell’occupazione e della qualità del lavoro e alla conciliazione dei tempi di vita, indicandoli come «assi strategici dell’azione rivendicativa della Cgil». A fronte dei processi di innovazione tecnologica e organizzativa ci avrebbe dovuto portarci a perseguire una riduzione degli orari contrattuali rivendicando «certezza dei tempi di connessione e di lavoro reale, oltre che il diritto alla disconnessione e al tempo libero e il diritto permanente e soggettivo alla formazione e all’aggiornamento professionale retribuito». La strada prevalente proposta dal maggior sindacato italiano passa dalla via contrattuale, attraverso «la sperimentazione nei contratti nazionali di modalità innovative di riduzione o modifica dell’orario – anche temporanee – di lavoro individuale su base giornaliera e settimanale».

Il tema della riduzione dell’orario di lavoro non è in realtà una questione che possa essere ricondotta esclusivamente al piano sindacale e/o contrattuale: la storica battaglia per la riduzione delle ore di lavoro giornaliere recitava 8 ore per…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 17 gennaio

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