Perché si verificano «tempi in cui l’uomo è una cosa agli occhi dell’uomo?» scriveva Primo Levi. Perché accade che un essere umano agisca in modo disumano? Esistono forme di disumanità anche oggi? Quali sono? E che cos’è, al contrario, un atteggiamento genuinamente umano?

Nel libro Se questo è un uomo Primo Levi riporta il colloquio, ad Auschwitz, con un certo dott. Pannwitz. Se Levi fosse riuscito a entrare nel laboratorio chimico diretto da Pannwitz, le sue probabilità di sopravvivenza sarebbero aumentate di parecchio. Era perciò una selezione che decideva su vita (non garantita) o morte (certa). Levi, in piedi davanti alla scrivania, descrive così lo sguardo con il quale Pannwitz lo scrutò: «Questo sguardo non corse fra due uomini. Il cervello che sovrintendeva a quegli occhi azzurri diceva: Questo qualcosa davanti a me appartiene a un genere che è opportuno sopprimere. Nel caso particolare, occorre prima accertarsi che non contenga qualche elemento utilizzabile».

Levi riuscì a richiamare le sue conoscenze della chimica; alla fine dell’esame egli contempla «istupidito e atono la mano di pelle bionda che, in segni incomprensibili, scrive il mio destino sulla pagina bianca». Non sapremo mai che cosa provò una signora viennese quando, pochi anni prima, dovette affrontare una situazione del tutto simile. Klara B. rischiava la vita per due motivi indipendenti: era ebrea ed era una paziente psichiatrica. Di lei è rimasta solo una di quelle schede che, a partire dal 1940, gli istituti neuropsichiatrici in Germania e Austria riempivano per ogni degente. La valutazione conclusiva di queste schede era affidata a un comitato di periti esterni, tutti psichiatri rinomati, per i quali costituiva un’ambita fonte di guadagno aggiuntivo.

La Signora Klara, di anni 31, sarà stata convocata da uno o due di loro che si erano recati presso il manicomio, per un colloquio di qualche minuto appena. Sulla scheda già compilata, il direttore del manicomio le aveva attestato una “schizzofremia” – la segreteria dell’Istituto non padroneggiava i termini tecnici. Contrasta, con questa incertezza ortografica, la sicurezza con la quale appare, poche righe sotto, la parola unbrauchbar, inutilizzabile. Klara B., così recita la scheda, non è neppure adatta a fare lavori di pulizia. Riassumendo: per la clinica, la signora era incurabile e un’esistenza zavorra.

Seguì veloce la condanna a morte, decretata da quattro segnetti “+” in fondo alla pagina, distrattamente buttati lì dai periti esterni. Erledigt, fatto. Da lì a poco, la signora Klara sarebbe stata deportata in in una delle prime camere a gas della Germania nazista, costruite appositamente per le 70mila vittime dell’Operazione T4. A questa cifra si aggiungono altri 130mila pazienti psichiatrici che furono invece uccisi “a casa loro”, all’interno degli stessi manicomi.
Nel 2014 la Società tedesca di psichiatria allestì un’estesa mostra sulla storia di questa persecuzione, e dal 2017 l’adattamento italiano di questa mostra, arricchita di una sezione sulla psichiatria italiana durante il fascismo…

La mostra “Schedati, perseguitati, sterminati” sarà dal 31 marzo al 30 aprile presso la sede della Provincia di Treviso

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 24 gennaio

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