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Valentina aveva 32 anni. Nel 2016, al quarto mese di una gravidanza gemellare, fu ricoverata all’Ospedale Cannizzaro di Catania per una rottura prematura delle membrane, una condizione grave con un rischio altissimo di infezione; morì dopo circa due settimane di ricovero, per una setticemia (v. Left dell’11 maggio 2018 ndr).

Forse Valentina avrebbe potuto essere salvata. Forse, un aborto, che era comunque pressoché inevitabile, avrebbe potuto scongiurare l’insorgenza della sepsi che l’ha uccisa, ma all’Ospedale Cannizzaro tutti i ginecologi erano obiettori di coscienza e, a quanto risulta, l’ipotesi dell’aborto terapeutico non fu neanche presa in considerazione: nessuno avrebbe informato Valentina dei rischi connessi alla sua condizione, nessuno avrebbe ascoltato la richiesta disperata dei genitori di farla abortire. Sembra, invece, che il medico in servizio abbia opposto a tale richiesta la sua “coscienza” di obiettore, che gli impediva di intervenire finché un cuore fetale batteva ancora.

Il dramma di Valentina ha riacceso le polemiche sull’obiezione di coscienza e sulla peculiarità italiana, con quasi il 70% di obiettori tra i ginecologi. Sono stati fatti paralleli con il caso di Savita Halappanavar, morta in Irlanda dove la legge puniva severamente chi praticasse l’aborto, anche in caso di grave pericolo per la vita della donna. Ma se la sepsi conseguente ad una rottura prematura delle membrane ha ucciso entrambe, l’analogia si ferma qui, perché in Italia la legge 194, proprio quella che all’articolo 9 prevede la possibilità per il personale sanitario di sollevare obiezione di coscienza, non esonera gli obiettori dall’obbligo etico e professionale di intervenire con un aborto nel caso in cui sussista un pericolo grave per la vita della donna. Dunque, il caso di Valentina si configura come un caso di cattiva pratica medica, che ha ben poco a che vedere con la coscienza, come sostiene lo stesso Pubblico ministero nel rinvio a giudizio dei medici coinvolti nella vicenda.

La storia di Valentina ci mette però di fronte ad una triste evidenza: troppo spesso i medici obiettori non hanno conoscenza del dettato della legge che riconosce il diritto cui loro si richiamano, né hanno conoscenza delle tecniche mediche e/o chirurgiche per interrompere la gravidanza, perché, da obiettori, sono convinti che non dovranno mai occuparsene. Accade così che in situazioni di grave rischio, come nel caso di Valentina, alcuni di loro non considerino e non prospettino l’aborto tra le opzioni di trattamento da valutare, né sappiano come comportarsi in caso di richiesta in questo senso della donna. La triste vicenda di Valentina mette così a nudo il grave vuoto formativo nei programmi delle Scuole di specializzazione in ostetricia e ginecologia, in primo luogo di quelle di ispirazione confessionale, ma non solo di quelle.

Dal 2014 i medici possono accedere alle Scuole di specializzazione accreditate sulla base di una graduatoria, alla quale vengono iscritti i vincitori di un concorso nazionale. L’accreditamento delle Scuole, pubbliche e private, viene fatto sulla base di requisiti e indicatori clinico-assistenziali definiti da un decreto del Ministro dell’Istruzione, dell’università e della ricerca nel giugno 2017, nel quale però non si specificano nel dettaglio gli argomenti che, fondamentali per la formazione specialistica, pur nel rispetto dell’autonomia e della libertà di insegnamento, devono essere comunque trattati nei programmi di studio.

Tra le Scuole accreditate risulta il Campus Biomedico di Roma, nella cui Carta delle finalità, all’art. 10 si legge: «Il personale docente e non docente, gli studenti e i frequentatori dell’Università …. considerano l’aborto procurato e la cosiddetta eutanasia come crimini in base alla legge naturale; per tale motivo si avvarranno del diritto di obiezione di coscienza previsto dall’art. 9 della legge 22 maggio n. 194. Si ritiene inoltre inaccettabile l’uso della diagnostica prenatale con fini di interruzione della gravidanza ed ogni pratica, ricerca o sperimentazione che implichi la produzione, manipolazione o distruzione di embrioni»; e all’art. 11: «Il personale docente e non docente, gli studenti e i frequentatori dell’Università riconoscono che la procreazione umana dipende da leggi iscritte dal Creatore nell’essere stesso dell’uomo e della donna (….). Tutti considerano, pertanto, inaccettabili interventi quali la sterilizzazione diretta e la fecondazione artificiale».

Il regolamento dell’Università stabilisce che i programmi di studio devono conformarsi alla Carta delle finalità; è dunque evidente che gli studenti e gli specializzandi in ostetricia e ginecologia del Campus Biomedico di Roma non riceveranno alcuna formazione in tema di interruzione volontaria della gravidanza (Ivg), contraccezione sicura e fecondazione medicalmente assistita, e che verrà loro imposta l’obiezione di coscienza. Una “coscienza” collettiva, “di Istituto”, certamente non prevista dalla legge 194, che riconosce il diritto all’obiezione solo come libera scelta personale, ma non…

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Anna Pompili è medica, ginecologa presso i consultori della ASL RM1 e presso il servizio di Interruzioni Volontarie di Gravidanza dell’ospedale San Giovanni di Roma. E’ professoressa a contratto della Scuola di specializzazione in Farmacologia Medica, Università degli Studi di Roma “Sapienza”. Da sempre impegnata nel campo dei diritti riproduttivi, è cofondatrice di AMICA (Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto)

 

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 31 gennaio

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