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Cresce la mobilitazione per il fondatore di Wikileaks sotto processo a Londra. Se fosse estradato negli Usa rischierebbe 175 anni di carcere. Perché Washington ha aggiunto alla prima accusa di pirateria informatica quella di spionaggio

È un crimine rivelare i crimini di guerra? Quali sono i confini tra il giornalismo e lo spionaggio? È giusto che le libertà digitali vengano confiscate da poteri statali e potentati economici? E quali sono i limiti del segreto di Stato? C’è tutto questo in ballo alla Woolwich crown court, periferia di Londra, a pochi metri dal carcere di Belmarsh dove Julian Assange è rinchiuso dall’aprile del 2019. Per il verdetto finale ci vorrà tempo ma finché governeranno i tories, il sì di Londra è scontato da quando il ministro dell’Interno, Sajid Javid, ha annunciato la firma dell’istanza d’estradizione negli Usa.

Con buona pace della clausola del trattato del 2003 che vieta le estradizioni per reati politici. D’altronde i giornalisti investigativi, con terroristi e spie russe, sono da dieci anni in testa alla classifica dei nemici pubblici del ministro della Difesa. Inoltre, se vincesse la linea Trump, dovrebbero essere considerati complici di spionaggio tutti i giornali che hanno collaborato con Wikileaks, tipo Guardian, Spiegel o Le Monde. Un enigma che aveva indotto Obama a desistere dalla caccia.

La prima udienza del processo di primo grado sulla sorte del fondatore di Wikileaks è in corso dal 24 febbraio ma solo a maggio verrà emessa una sentenza appellabile. Washington, che lo insegue dal 2010, ha rincarato la prima accusa di pirateria informatica, per la quale rischiava cinque anni, con quella di “spionaggio“ che lo sfilerebbe alla protezione dello scudo del primo emendamento e, una volta al di là dell’oceano, chiuderebbe per 175 anni la porta di una prigione alle spalle del 48enne australiano artefice della pubblicazione di …

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