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In tempi di crisi dell’editoria «studio e approfondimento fanno la differenza», dice Bruno Simili, vice direttore della rivista Il Mulino. «È finita l’epoca del pensiero breve e dell’informazione banalizzata e ridotta all’osso». Lo dimostrano i dati sulla lettura

Diretto da Vittorini, voluto dal Pci e pubblicato da Einaudi, Il Politecnico uscì a Milano il 29 settembre 1945. C’erano la vitalità e la speranza della ricostruzione, l’inventiva, la ricerca creativa e la forza dell’antifascismo.
La rivista era espressione di un collettivo di intellettuali, veicolo di circolazione delle idee e confronto critico. Unire avanguardia e divulgazione era l’obiettivo.
Ad animare il dibattito era una idea non consolatoria della cultura intesa come nerbo della politica. Tutto questo contrassegnò la breve e brillante stagione de Il Politecnico. Oggi sarebbe ancora possibile un esperimento del genere? Abbiamo rivolto questa domanda a Bruno Simili, saggista e vice direttore della storica rivista Il Mulino, nata cinque anni dopo il Politecnico.
«Nel dopoguerra c’era una grande voglia di ripartire, di creare qualcosa di nuovo in un luogo di discussione aperto, molto franco», nota Simili. «Ora sarebbe molto più difficile, anche se ce ne sarebbe molto bisogno».
In effetti oggi sono piuttosto rari i collettivi che riflettono, discutono, si confrontano attraverso una rivista che ne è in qualche modo “il megafono”. «Non posso dire che a livello nazionale non ci siano gruppi di intellettuali che pensano – precisa il vice direttore de Il Mulino – ma sono molto istituzionalizzati. Manca quella “ingenuità” che era apertura a un mondo nuovo, condizione indispensabile per cavar fuori qualche possibile soluzione ai problemi che si prospettano, lo sappiamo bene dopo settant’anni di Repubblica. Il fatto è che oggi fra i giovani c’è disillusione rispetto alla possibilità di intervenire riuscendo a incidere e a cambiare le cose».
In questa non facile congiuntura tuttavia spiccano alcune esperienze vive e vivaci, come quelle che in Europa fanno rete con il circuito Eurozine e in Italia con il Cric, il circuito delle riviste culturali (presieduto da Valdo Spini) che continua ad alimentare il dibattito sul ruolo e il valore delle riviste politiche culturali con incontri e convegni in Italia e all’estero. Lo stessa rivista Il Mulino ne fa parte, insieme a Left: realtà diversissime ma accomunate dal filo rosso della ricerca su politica e cultura.
Nel caso della rivista il Mulino diretta da Mario Ricciardi, al trimestrale cartaceo si aggiunge l’online che quotidianamente approfondisce il dibattito politico, con articoli di lungo respiro, non meramente schiacciati sulla cronaca. Coniugare una lunga storia e le esigenze del presente ne è la chiave di volta.
«Quella de Il Mulino è davvero una lunga storia. Nasce nel 1951 e nel 1954 inizia a pubblicare libri, a cominciare da titoli della tradizione sociologica americana», ci aiuta a ricostruire Bruno Simili.
«La casa editrice a poco a poco è diventata la cosa più rilevante anche da un punto di vista aziendale, ma la rivista continua a mantenere una propria autonomia: è di proprietà dell’associazione Il Mulino fondata da un gruppo di intellettuali». L’obiettivo principe dunque è fare cultura, non solo fare profitto. «Non ci sono utili da reinvestire e se ci fossero sarebbero reinvestiti nella rivista. La proprietà non ha alcun interesse se non quello di prendere parte a un dibattito e a una discussione pubblica».
Negli anni Novanta, in particolare, c’è stata una svolta in questo senso? «È avvenuta con la direzione di Piero Ignazi e grazie al lavoro di politici e studiosi come Prodi e Scoppola, che figurano fra i soci fondatori», precisa l’attuale vice direttore.
«Allora fu lanciato il sito e arrivarono nuove forze dall’accademia italiana. Ma ancora oggi resta l’abitudine di allora di incontrasi e discutere». In particolare su alcuni focus tematici prioritari. «Cerchiamo di tenere i riflettori accesi soprattutto su alcuni ambiti: la scuola, l’università, l’istruzione in senso più ampio. Non solo evidenziando problemi ma cercando di mettere in luce alcune esperienze positive in Italia e all’estero».
Centrale è, più in generale, la politica. «È nel dna della rivista» sottolinea Simili. «Di recente, per esempio, sul cartaceo ci siamo occupati del sistema dei partiti, della rappresentanza. Abbiamo chiesto a Gianfranco Pasquino (che continua la sua brillante collaborazione dal 1970) un intervento sul tema del finanziamento dei partiti. È uno dei grandi temi presi di mira dalla spinta populista e anti casta che ha intaccato pesantemente l’equilibrio fra istituzioni e cittadini».
Il 29 marzo si terrà un referendum costituzionale (ora rimandato ad altra data per l’emergenza coronavirus) , pochi giornali ne parlano eccetto Left e la rivista Il Mulino… «Vedremo come andrà nel dibattito pubblico – dice preoccupato Bruno Simili -, purtroppo il referendum rischia di essere letto in una chiave non solo semplicistica, ma addirittura sbagliata».
Far circolare al massimo le idee è la “mission” di ogni buona rivista, ma le difficoltà oggi sono enormi, dovendo fare i conti con la distribuzione.
A Il Mulino si percepisce la crisi che colpisce tante riviste e i giornali in Italia? «Come tutti dobbiamo fare i conti con le difficoltà di circolazione sempre maggiori che incontrano le rivista cartacee» ammette Simili. «Abbiamo però il grande vantaggio di essere parte di un gruppo editoriale che pubblica 70 riviste. Siamo dentro al pacchetto di abbonamenti che viene venduto alle università e alle grandi istituzioni. E questo ci permette di avere molte letture, molti “scaricamenti” dalla nostra piattaforma».
Puntare sulla qualità, in ogni caso, è ciò che fa differenza. Oggi appare sempre più chiaro. Se fino a qualche anno fa per avere più pubblicità online la strategia era pubblicare il più possibile, avere più clic, più utenti unici, più introiti, oggi questa via non appare più così vincente.
«Il web è stato un grande vantaggio ma sono mancati selettori di fonti valide e attendibili e la ricorsa dei clic è stata distruttiva. Per quanto ci riguarda, per fortuna o sfortuna – chiosa il vice direttore de Il Mulino – non abbiamo pubblicità e non dobbiamo rendere conto di ciò che facciamo ad un inserzionista».
Alcune grandi e prestigiose testate hanno scelto di recente strade di “slow journalism”, con risultati sorprendenti. Le Monde per esempio ha ridotto il numero degli articoli del 14 per cento e al contempo ha aumentato il numero di giornalisti, proponendo più inchieste e più curate. Il risultato è stato l’11 per cento in più di utenti sia sul web che sulla carta.
Un’analoga tendenza si registra al New York Times che, su impulso dell’ad Mark Thompson (ex della Bbc), ha cancellato l’infotainment a favore della qualità e dell’approfondimento. Tutto ciò è possibile solo in quel vasto mercato anglosassone, spagnolo e francofono? «I risultati di Le Monde dimostrano che il pensiero breve, quello dell’informazione ridotta all’osso e banalizzata è da rifiutare. Per anni ci è stato detto che le persone non leggono pezzi superiori alle 4mila battute, specie online, ma non è così, lo vediamo anche dai nostri dati. Spero che gli imprenditori si rendano conto anche qui da noi, (per quanto l’italiano offra un pubblico più ridotto), bisogna andare nella direzione di un vero approfondimento… il giornalismo è un mestiere tanto importante quanto difficile».

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