Condividi

La sospensione di molte attività, per ora a breve termine, la necessità di intervenire in condizioni di “emergenza” non ha portato il governo ad intervenire unicamente accentuando in alcuni casi prassi di carattere repressivo o comunque di limitazione delle libertà personali in favore dell’interesse pubblico. Una gradita sorpresa è giunta dalla Gazzetta Ufficiale. Fra le pieghe degli interventi tesi a far fronte all’emergenza “coronavirus”, uno spicca per perspicacia e avvedutezza. Per 30 giorni sono sospesi, tramite decreto legge (2 marzo 2020, n 9), i provvedimenti relativi ai termini per il rilascio o il rinnovo dei permessi di soggiorno per cittadini non provenienti dai paesi Ue. Quindi gli aventi diritto avranno più tempo a disposizione per ottenere ciò che spetta loro.

Il principio alla base delle decisioni adottate dal governo è uno solo: la possibilità di utilizzare per altri scopi, ritenuti non a torto preminenti, tutto il personale di polizia – solitamente addetto a tali pratiche burocratiche – ovvero come supporto a stemperare ogni forma di allarme sociale derivante dal virus. Il testo lo afferma esplicitamente ed è peraltro scritto anche con una chiarezza che non si percepiva da anni se non da decenni. Si tratta del decreto legge complessivo per definire le norme di sostegno per fronteggiare l’emergenza “coronavirus” che tocca numerosi aspetti. All’articolo 9, comma 1 si afferma che: a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto, al fine di consentire la piena utilizzazione del personale della Polizia di stato, sono sospesi per la durata di trenta giorni: a) i termini per la conclusione dei procedimenti amministrativi relative al rilascio delle autorizzazioni, comunque denominate, di competenza del Ministero dell’Interno […] in materia di soggiorno degli stranieri. b) i termini per la presentazione della richiesta di primo rilascio e del rinnovo del permesso di soggiorno previsti, rispettivamente, in 8 giorni lavorativi dall’ingresso dello straniero nel territorio dello Stato e in almeno sessanta giorni prima della scadenza o entro i sessanta giorni successivi alla scadenza, in base ai limiti stabiliti dalla legge 25 luglio 1998 n 286 conosciuta ancora come Turco – Napolitano. Abbiamo ritenuto opportuno riportare il testo del decreto nel suo freddo linguaggio legislativo perché in maniera ancora più netta si evince come sia possibile, se si interviene con puro buon senso, produrre atti in grado di riportare il Paese alla normalità.

 

Non pensiamo di fare forzature interpretative ma: una persona che ha vissuto in Italia oggi non potrebbe serenamente essere rimpatriata nel Paese di provenienza in cui se va bene verrebbe messo in quarantena ma che, con molta probabilità non ne accetterebbe neanche l’ingresso su territorio nazionale. Sono molti i Paesi che non accettano o limitano gli ingressi a persone provenienti dall’Italia, senza contare il fatto che una espulsione dovrebbe essere effettuata col sostegno di personale italiano che a propria volta potrebbe essere considerato un pericolo per la salute pubblica. Inevitabile quindi che dovranno, per ora per 30 giorni ma non è detto che i termini non siano prorogati, essere sospesi i rimpatri su cui si gioca da anni una gara tristissima fra centro destra e centro sinistra. Ma non basta. La scelta saggia del Viminale di garantire una sospensione delle pratiche eviterà a molte persone di finire, almeno per ora, nel circuito dell’invisibilità a causa delle norme introdotte dai due precedenti ministri (Minniti e Salvini), primo gradino per perdere anche il diritto di esigere diritti e magari, nonostante la crisi occupazionale, consentirà ad alcune e alcuni di trovarsi un’occupazione e quindi di poter procedere al rilascio o al rinnovo dell’agognato pezzo di carta. Non è certo la giustizia di cui ci sarebbe bisogno ma un fatto positivo, inutile nasconderlo, che magari potrebbe indurre qualche legislatore un po’ lungimirante a domandarsi se sia o meno il caso di pensare a percorsi più semplici di regolarizzazione dei tanti e delle tante che ormai in Italia, – malgrado il coronavirus e infezioni ancora più malefiche come quella del razzismo e dello sfruttamento fondato sul ricatto, – ci vorrebbero continuare a vivere.

Da ultimo altri due effetti, interessanti derivanti dal fatto dal non essere più considerati un “paese sicuro”. I “dublinati” coloro che giunti in un Paese in cui sono stati identificati e hanno lasciato le impronte e che sono riusciti ad andarsene dall’Italia oggi non vengono più rimandati indietro in base appunto al regolamento DublinoIII che sancisce la responsabilità, soprattutto per le richieste di asilo, del paese di primo approdo. Almeno dalla Germania, che in passato è stata accusata anche di sedare le persone da rimandare indietro, (fonte documento di esperti del Parlamento Europeo consegnato il 20 febbraio alla Commissione LIBE), e sulla base di un accordo fra il primo ministro italiano e l’omologo tedesco, fino al 31 marzo è bloccata ogni procedura di riammissione in Italia. Da ultimo il coronavirus ha fatto scoprire, ma su questo non ci sono ancora direttive esplicite, che anche il trattenimento di persone provenienti da regioni diverse, spesso anche in condizioni di vulnerabilità, potrebbe creare problemi di salute pubblica. Forse è per questo che non si sente più parlare di inaugurazione, di riapertura o di ristrutturazione dei Centri Permanenti per i Rimpatri, anzi quello di Trapani è oggi chiuso mentre quelli di Caltanissetta (Pian del Lago) e Potenza (Palazzo San Gervasio) potrebbero esserlo a breve. Che il momento di difficoltà che sta attraversando il Paese possa avere anche un suo risvolto e portare a riflettere sul fatto che di determinati strumenti: dai rimpatri forzati, ai trattenimenti, all’irregolarità imposta, non producano solo danni ma si dimostrino, soprattutto in fasi come queste, inutili e controproducenti? Che questo sia un suggerimento.

Commenti

commenti

Condividi