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Dalla “baby sitter popolare” ai farmaci e generi alimentari portati a casa delle persone più fragili: ecco come in tutta Italia, dalla Capitale alla Lombardia, si stanno organizzando associazioni e comitati civici per far fronte ai problemi causati dall’epidemia di Covid-19

È invisibile e sta colpendo duro. Il Covid-19 è il protagonista assoluto dell’attenzione pubblica mondiale ed ha già portato i governi di tutto il mondo a uno sforzo straordinario finalizzato a fermare il contagio, anche attraverso misure restrittive della libertà di aggregazione e circolazione. È l’intera società ad essere mobilitata per riprodurre un messaggio globale: evitare al massimo i contatti tra persone, soprattutto in luoghi affollati, assumere misure minime di igiene personale e pubblica e, soprattutto, seguire le istruzioni della comunità scientifica e del governo. Istruzioni dure, ma necessarie che rimbalzano anche nei luoghi dell’associazionismo, della società civile impegnata nei tanti progetti di riqualificazione pubblica dal basso e di costruzione di solidarietà nei tanti comuni del Paese.

«Dobbiamo attivarci per raggiungere chi in questo momento rimane indietro, le persone anziane, per esempio» dice Alice del Centro Sociale “La Strada”, durante una riunione nel parco di Casetta rossa, luogo di aggregazione e di produzione politica e culturale del quartiere Garbatella a Roma. Il tam tam che ha portato all’incontro è circolato per le chat delle reti civiche locali, il messaggio è semplice, dare un contributo volontario per sostenere moralmente e materialmente chi rimane indietro. «Intanto prendiamo le misure, un metro, anche due eh» dice qualcuno del gruppo che piano piano si ingrandisce. «Informiamo sulle direttive del governo, stanno girando troppe fake news e le persone sono disorientate».

Alla riunione svolta “in sicurezza” come chiedono in diversi, partecipano portavoce dei comitati di quartiere, il Centro Sociale la Strada, i membri dell’Ape (associazione escursionisti proletari, che proprio qui è nata diversi anni fa), l’assessore alla scuola del municipio VIII. Luciano, storico portavoce della comunità propone una radio-tv web per informare e intrattenere e l’attivazione di servizi rivolti a quei precari colpiti dalla meteorite che ha colpito l’economia della città. «Dobbiamo prenderci cura delle relazioni di comunità, in un modo nuovo – dice Luciano -, stare in equilibrio tra le misure del governo e la necessaria attivazione delle nostre reti locali», aggiunge. Sempre a Roma è lo Sparwasser, circolo politico-culturale del quartiere Pigneto ad attivarsi, creando il progetto “Casa Pigneto: un quartiere solidale”. «In questi giorni in cui tanti dovranno restare a casa, con mille difficoltà nella vita di tutti i giorni, pensiamo che nel nostro quartiere si debba agire. Con cautela e rispettando le disposizioni, ma restandoci vicini e sostenendo chi ha bisogno».

L’obiettivo è sempre lo stesso, prendere le parti di chi resta indietro o rischia di farlo. La sintesi delle finalità del progetto sembra comprendere l’anima di tutto quel mondo sociale che non vuole aspettare gli eventi: «Ci stiamo organizzando per far partire alcune attività, coniugando buon senso e senso civico», dicono in un lungo post gli attivisti. Portare la spesa agli anziani che non possono uscire di casa, organizzare i volontari per assicurare il rifornimento di beni di prima necessità (con le dovute precauzioni, sottolineano) e poi assistere logisticamente quanti vengono messi in smart working. Sul fronte dei partiti e movimenti politici, Potere al Popolo lancia il “Babysitting popolare” in diversi territori e nei quartieri periferici della Capitale. «Con le scuole chiuse a causa dell’emergenza coronavirus, centinaia di famiglie si trovano in difficoltà nell’assistenza ai propri figli, così come decine di lavoratori pubblici e studenti universitari sono a casa. Se sei un genitore che non può seguire in propri figli in questi giorni, contattaci». Anche in questa esperienza, la valutazione della sicurezza è al primo posto e si chiarisce che le modalità di erogazione dell’intervento avverrà in luoghi non pubblici e sarà stabilito caso per caso in accordo con le famiglie coinvolte.

Dal fronte più in emergenza, la Lombardia, da Codogno prende la parola Gianni Barbaglio, consigliere di opposizione e psicologo. Qui la vita è scandita dalle restrizioni, dall’attesa e dalla paura. «La paura del contagio e l’incertezza lavorativa creano una situazione surreale e assolutamente difficile da gestire individualmente. L’economia non è rallentata è bloccata, come gran parte della vita civile. Come psicologi ci siamo riuniti in “psicologi in prima linea”, una sorta di associazione che interviene a supporto della popolazione più fragile, che in questo momento non è soltanto quella che si trova a vivere l’elaborazione del lutto». Nella pagina facebook relativa, l’associazione mette a disposizione numeri di telefono e contatti, con la dicitura “tariffa: gratuito”.

A Cremona, alla luce dell’ultimo decreto zona rossa come tutta la Lombardia, l’Auser, una storica associazione di volontariato agisce con i suoi 50 circoli e più di mille volontari. È una struttura consolidata del terzo settore, che in convezione con molti comuni del Cremonese e a livello nazionale gestisce servizi alla persona. «I nostri centri sociali devono chiudere alla luce dei decreti sull’emergenza» dice Donata Bertoletti, presidente dell’Auser di Cremona. «Come associazione ci stiamo adeguando alla situazione, abbiamo un servizio volontari che porta medicine salva vita e generi alimentari a casa delle persone più fragili, e in questo momento aumentano. È chiaro che per chi è in isolamento dobbiamo coordinarci con il servizio socio-sanitario». L’associazione ha messo a disposizione dei Comuni il suo numero verde nazionale (800995988), proprio per poter dare un punto di informazione e sollievo per chi è solo o rischia di rimanerci.

Nella Capitale del Nord, Milano, nei giorni scorsi una rete di operatori economici, del mondo della cultura, dell’associazionismo politicamente più impegnato ha chiesto una scossa di interventi di sostegno al governo e si è messo a disposizione dell’amministrazione comunale per una alleanza per il bene di tutti i cittadini milanesi. È l’altra faccia dell’emergenza, quella economica, integrata e connessa con quella sociale e sanitaria. «Milano è una città che ha costruito una narrazione sulla sua produttività, sul successo, sul “siamo motore culturale ed economico”. Bisogna ammettere che questa logica, se ha aiutato in termini morali, di costruzione identitaria e di recupero di zone di degrado e di esclusione, dall’altra ha evidenziato il limite di lasciare indietro chi è più fragile» dice Franz Purpura dell’associazione Rob de Matt, una impresa sociale comunitaria molto attiva nella metropoli. «Alle prime avvisaglie delle conseguenze dovute alla giuste restrizioni, è nata una rete composta dai locali e attività culturali, dei luoghi più “fighetti” a quelli più impegnati, dai profit alle realtà no profit. Il dato comune è che questa forza economica e sociale, produttiva e inclusiva ha chiesto al sindaco di prendere le parti della città, della comunità locale. Il dialogo tra ibridi e diversi è forse la cosa più interessante di questo grido che chiede interventi efficaci per aggredire il collasso economico e sociale».

Proprio in queste ore, in diverse città del Paese, questa reazione si fa più attiva, sono decine le iniziative che prendono il largo e si misurano con le nuove direttive. Iniziative che regolano le proprie modalità in base ai nuovi dati sulla diffusione del virus, guadagnando la sfera virtuale come quella più efficace per tenere insieme sostegno alle persone più fragili o indebolite dalla crisi economica e sanitaria con la sicurezza pubblica. È solo l’inizio di un impegno civico nuovo, dentro uno scenario che già sta cambiando stili di vita e modalità di gestire le azioni di aiuto e mutuo soccorso.

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