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Come si ferma la diffusione del coronavirus? «Copiando la Cina» dice il fisoco Giorgio Parisi, presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei e tra i massimi esperti di statistica in Italia

C’è un numero che ci tiene in apprensione da settimane, quello dei contagi totali da coronavirus in Italia: erano 3 quelli accertati il 15 febbraio scorso, siamo arrivati a 9.172 il 9 marzo mentre stiamo per andare in stampa. E ce n’è uno, di numero, che dall’8 marzo ha cambiato i ritmi della nostra vita quotidiana, quello dei nuovi contagi giornalieri: il 21 febbraio erano state 17 le persone trovate infette dal Covid-19; lunedì 9 marzo questo speciale contatore ha registrato 1.797 nuovi casi. Oltre cento volte in più rispetto a 18 giorni prima. La curva di distribuzione dei contagi ci dice che siamo nel pieno della crescita esponenziale della diffusione di un agente patogeno per il quale non esiste ancora un vaccino e che attacca le vie respiratorie fino a provocare polmoniti virali. Per questo motivo, come abbiamo scritto nei numeri di Left a cavallo tra fine febbraio e inizio marzo, circa la metà dei casi richiede un ricovero ospedaliero e intorno al 9% delle persone colpite finiscono in terapia intensiva (attualmente sono 733). Come è noto nella serata di domenica scorsa, il governo ha emanato un decreto che ha trasformato l’intera Penisola in una “zona arancione”. Limitando, almeno sulla carta, gli spostamenti dei cittadini al di fuori delle rispettive abitazioni solo ai casi di estrema necessità. Ma garantendo i servizi pubblici essenziali e, per es., la possibilità di andare a lavoro laddove non lo consente lo smart working.

Misure che dovrebbero servire per rallentare l’avanzata del coronavirus soprattutto per consentire al Sistema sanitario pubblico di riuscire a gestire l’emergenza senza collassare, con tutto ciò che questo potrebbe comportare sulla salute non solo delle persone affette dal Covid-19. Misure che qualcuno ha definito di «lockdown totale» e che fino ad ora nessun altro Paese ha adottato sull’intero territorio nazionale. L’unico altro esempio viene dalla Cina, da dove cioè, nella città di Wuhan capitale della provincia di Hubei, dovrebbe essersi propagato questo nuovo coronavirus all’inizio del 2020. Ma il “modello” di mitigazione italiano è paragonabile a quello cinese dove dall’inizio di marzo la crescita esponenziale dei contagi ha iniziato a rallentare? Ne parliamo con il fisico Giorgio Parisi, presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei nonché uno dei massimi esperti di fisica statistica in Italia.

Professore, in che modo l’esperienza cinese può esserci d’aiuto?
Solo se la copiamo. A Wuhan il 22 gennaio, quando il numero dei morti accertati era 25 (in Italia, nel giorno dopo il decreto erano a 463, ndr), hanno chiuso tutte la attività lavorative, tranne i negozi di prima necessità per garantire i servizi essenziali, hanno bloccato tutti i trasporti pubblici e privati, hanno chiesto a ogni famiglia di indicare il nome di una persona autorizzata a comprare cibo una volta ogni due giorni, e il cibo è stato distribuito nei negozi dall’esercito. È chiaro che in Italia non stiamo facendo nulla che assomiglia a misure di questa portata. Però così facendo il governo cinese ha rallentato il coronavirus abbastanza velocemente. Già dopo una settimana hanno iniziato a vedere un rallentamento del numero dei contagi nella zona rossa. Con ripercussioni positive a cascata anche nel resto della Cina, fuori dall’epicentro, dove si è calcolato che almeno 5 milioni di cinesi residenti nell’Hubei si erano spostati anche per le vacanze di capodanno cinese.

I modelli matematici di previsione e di espansione del coronavirus in Italia, osservando la curva di distribuzione dei contagi, possono aiutare a predisporre una risposta?
Cerchiamo di capire bene. A questo livello non stiamo a un modello matematico di previsione. La situazione è più “primitiva”. Per una serie di motivi sappiamo che le epidemie all’inizio crescono in maniera esponenziale. Ogni persona ne contagia due, che a loro volta ne infettano altre due e così via. I contagi aumentano in questo modo. A un certo punto l’epidemia inizia a rallentare perché entrano in gioco fattori limitanti. Uno di questi fattori può essere il rinchiudersi in casa ed evitare i contatti, o può accadere che il virus non “trovi” più persone da infettare perché nel frattempo sono diventate immuni. La prima cosa da capire è dunque se ci troviamo in una fase esponenziale dell’epidemia. Per questo dico che parlare di modello matematico è eccessivo. È più una presa d’atto che i dati stanno crescendo esponenzialmente. Il che vuol dire che ancora non si vedono gli effetti delle misure di mitigazione.
L’8 marzo, giorno del decreto, la curva di distribuzione dei contagi in Italia si trovava nello stesso punto in cui era in Cina 37 giorni prima, quando cioè ha iniziato a rallentare. Da noi i malati raddoppiano ogni due giorni e mezzo, ogni cinque quadruplicano.
Le misure di mitigazione incidono sul numero dei morti almeno 7-10gg dopo che sono state prese. Diminuisce il numero delle persone infettate ma nel frattempo finiscono in ospedale persone contagiate una decina di giorni prima e così via. Un effetto sostanzioso sul numero dei decessi si vede quindi dopo almeno 15 giorni. Questo vuol dire che per vedere gli effetti delle misure restrittive adottate questa settimana dovremo aspettare la terza decade di marzo.
Secondo lei le misure adottate sono commisurate ai rischi?
Occorre fare una premessa. Il 9 marzo alla…

L’intervista prosegue su Left in edicola dal 13 marzo 

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