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Ai tempi del coronavirus, recuperiamo resistenza e fantasia con le letture di favole. Magari al telefono, nel segno di Gianni Rodari. Ecco un viaggio tra gli autori italiani che hanno segnato la letteratura per l’infanzia

È iniziato tutto con una telefonata, un caro amico, Stefano Blasi mi ha chiamata e abbiamo intrapreso discorsi immaginifici mettendo da parte per un attimo la realtà drammatica di questi giorni, fino a propormi che le favole sarebbero proprio di aiuto in questo momento. Favole che parlano a tutti, tra realtà e fantasia, e che possono farci immaginare un futuro, magari raccontate al telefono, proprio Favole al telefono.«Non ci possiamo incontrare per scambiarci un sorriso ed alleggerire la tensione. Niente abbracci. Niente abbracci? Non si può. Ilaria, che facciamo? Ci vorrebbe un’idea. Eccola: facciamo che ognuno di noi chiama tre amici al telefono e gli racconta una favola. Una favola al telefono, come ci ha insegnato Gianni Rodari. E se accetta, poi ne chiama altri tre di amici, e se accettano a loro volta ne chiameranno tre… E se un amico rifiuta? Chiudi e chiama un altro! Pensa che faccia farà quando riceverà una seconda telefonata dal signor Chissacché che lo invita allo stesso gioco!».

Sono stati gli autori del secondo ‘900, attraverso narrazioni fantastiche a raccontarci il periodo storico, tra realtà e fantasia; autori cresciuti negli anni della guerra, capaci di mantenere una grande immaginazione nonostante le enormi difficoltà del periodo storico. Tra questi c’è Gianni Rodari. Favole al telefono – dopo Filastrocche in Cielo e in terra (1960) – è il suo secondo libro edito da Einaudi (1962) e sono entrate a pieno titolo nelle scuole e nelle case di tutta Italia, ma anche, attraverso traduzioni, in tanti Paesi del mondo.
Gli autori del fantastico hanno saputo indagare appassionatamente quel momento rendendosi capaci di nutrire i giovani lettori di speranza; formando nuove generazioni anche ad una lettura critica degli avvenimenti. A loro spettò il compito di ricostruire nuove parole, spesso raccontando notizie al telefono, strumento di quel tempo che attraverso un filo univa luoghi e persone.

 

Le fiabe e le favole hanno genitori diversi in ogni Paese e viaggiano da secoli per il mondo senza aver mai conosciuto confini. Chi ne coglie il mistero e l’avventura può adottarle e rivestirle con nuovi abiti e ornamenti, cambiare i personaggi e i luoghi facendole correre tra insoliti e straordinari paesaggi a bordo di una carrozza, di un sommergibile, o di un filobus…
Fino alla seconda metà del Novecento la fiaba e la favola non descrivevano un luogo o un tempo preciso, si cercava di creare un sublime presente con un incipit che generazioni e generazioni hanno conosciuto e che lasciava ipotizzare epoche non definite, lontane e astratte, in un altrove sconosciuto ed affascinante: “C’era una volta… tanto tempo fa”.

La fiaba moderna saprà calare l’immaginario nel presente, nel qui e ora, con personaggi e oggetti dei nostri tempi. Storie di fantasia, novelle e storiette dove la realtà quotidiana si anima di messaggi, verso la ricerca di un nuovo pensiero, più sociale, anche politico, attraverso un vagheggiato utopistico, senso comune di ricerca.
Gli scrittori del fantastico nel dopo guerra guardano al passato con nuovi propositi, con occhi diversi. Mischiano le carte, aprono strade, esplorano città, studiano i costumi e si impegnano a comprendere le più moderne tecnologie approfondendo temi attuali come la scienza, la fantascienza, l’economia, la politica e anche l’ecologia. Rielaborano, attraverso una ricerca pedagogica, la complessità di storie antiche mai dimenticate. La nuova favola d’autore giocherà la differenza tra classico e moderno; non più messaggi moralistici, pochi i lieti fine dove “vissero felici e contenti”, ma conclusioni aperte, senza re e regine, perché tutti possano sentirsi protagonisti.

Tra gli autori della favola moderna c’è l’anticipatore Cesare Zavattini con il romanzo Totò il buono. Un racconto surreale a tratti bizzarro che si differenzia dal suo cinema neorealista dove, in chiave drammatica, racconterà il rapporto degli adulti con l’infanzia, dando voce alla realtà che vivono molti dei giovanissimi di quell’epoca. «Bambini di tutto il mondo, unitevi!» gridava il nostro Za, proponendo e accogliendo tutti i dubbi, le speranze e le proteste non solo dei bambini italiani, ma anche di quelli dell’universo intero sulla colonnina della Gazzetta di Parma già nel novembre del 1927. C’è Calvino che dimostrò da subito l’interesse e la capacità nel racconto favolistico. A lui si deve la grande opera di ricerca e riscrittura di Fiabe italiane e tra tanti suoi lavori i racconti di Marcovaldo, favolette moderne che si sono rivelate negli anni un espediente efficace per raccontare l’Italia del cambiamento, del passaggio dalla società agricola a quella industriale, dal rigore contadino al consumismo piccolo-borghese.

C’è poi Rodari, dalla scrittura semplice e divertente, in particolare nelle sue filastrocche dove incita all’azione e al cambiamento, o come nel romanzo Le avventure di Cipollino dove si delinea, fin dalle prime pagine, quella lotta verso un potere che non riconosce gli uomini e i lavoratori. Un potere che, come è suo solito sottolineare, bisogna sconfiggere con laicità e fantasia. Amico e collaboratore di Rodari già dal giornalino Il Pioniere è Marcello Argilli. Autore attivissimo capace di dialogare con le nuove generazioni. I temi che affronta possono far riflettere sia i ragazzi e le ragazze che escono dall’infanzia, che gli adulti che vivono con loro. I suoi libri non contengono prediche o morali, ma difficoltà piccole e grandi, individuali e collettive.

Ma forse il più sperimentale di tutti, legato alle neo avanguardie del Gruppo 63, ma anche il più maliziosamente ironico e divertito, è Luigi Malerba, che con il suo virtuosismo e la continua affabulazione del reale utilizza la lingua come strumento non solo di gioco, ma come arma fantasiosa, congegno utilissimo per attuare una contestazione moderna nei confronti di un linguaggio fermo, di un pensiero, a suo dire, reazionario. I suoi personaggi si perdono nelle favole, vogliono cambiare il proprio ruolo con quello di qualcun altro; rappresentano, con probabilità, quella società dove, dalla metà degli anni 70, si andava pian piano perdendo l’identità che si era cercato di costruire. Storiette, Avventure, Pinocchio con gli stivali, Mozziconi… e altri racconti come “Le galline pensierose”, non coccolano il lettore, ma riescono a divertirlo raccontandone vizi e virtù.

Sono le letture per bambini del primo Novecento ad aver avuto grande importanza per gli scrittori citati, come le storie di Antonio Rubino o di Luigi Bertelli, detto Vampa. Ma su tutti, è alla favola di Pinocchio con il suo realismo magico che questi grandi autori di metà secolo guardano strizzandogli l’occhio. Collodi racconta dell’infanzia che deve essere riconosciuta. Il bambino ha una sua identità, non vuol diventare quello che la società e i grandi lo obbligano ad essere. Con questo romanzo di formazione letto quando erano piccoli, rimanendo anch’essi burloni come l’amico di legno, immedesimandosi in quest’eroe bislacco, riescono a mantenere nella loro scrittura un’ironia fanciullesca, rompendo i rapporti tradizionali della letteratura infantile.

Sono autori cresciuti negli anni della guerra, capaci di mantenere una grande immaginazione nonostante le enormi difficoltà del periodo storico. Sono stati partigiani, maestri di scuola elementare, giornalisti, uomini attivi politicamente oltre che intellettualmente, desiderosi di portare una trasformazione, con nuovo spirito e nuovi ideali. Hanno saputo indagare appassionatamente quel momento rendendosi capaci di nutrire i giovani lettori di speranza; formando nuove generazioni anche ad una lettura critica degli avvenimenti. A loro spettò il compito di ricostruire nuove parole là dove la propaganda fascista le aveva distrutte, ideando e proponendo un nuovo linguaggio che si distanzia dal pensiero dominante e diviene strumento per l’educazione linguistica, indirizzata non solo ai bambini, ma anche ai grandi. Il lavoro giornalistico con cui si sono formati, le nuove testate nazionali, più vicine al popolo, ai lavoratori, ad una politica che riapre una possibilità di scambio con i suoi cittadini, gli diede modo di fare un’attenta ricerca e avere uno sguardo acuto per cogliere il particolare. Rimanendo fedeli alla realtà conosciuta, ma vitalizzandola con sagacia e verve, mettono al servizio il loro sapere, sanno trasformare una notizia di cronaca in una storia con revenu surréaliste.

Se alla base della letteratura neoavanguardistica degli anni 60 l’intenzione è quella di evidenziare una realtà labirintica e caotica, nella nuova letteratura giovanile questo processo demistificatore si attua nella ridicolizzazione dei conformismi, delle manie e delle contraddizioni della società contemporanea, nel gusto per l’umorismo arguto e nell’offerta di delicati simboli appena celati da un velo fiabesco e nella narrazione agile, armoniosa e scintillante.

Cos’altro cambia? L’editoria verso la metà degli anni 50 ha un volto nuovo, nascono le Enciclopedie, la loro diffusione, insieme a quella della televisione, riabilita processi di analfabetismo. Ma ancor prima della comparsa di nuovi mezzi di comunicazione, che hanno inserito i ragazzi nel mondo adulto, fu la spinta e gli ideali di una lotta per la ricostruzione di un Paese a maturare il rapporto tra gli scrittori per ragazzi ed il loro pubblico, portando nel loro dialogo nuovi temi che una volta dai libri erano esclusi: il tema della pace e della guerra, quello della libertà, le cose ed i problemi del mondo d’oggi. La scuola diventa il luogo principale dove far avvenire la trasformazione culturale.

Oggi la scuola è di nuovo pronta ad una trasformazione? E le favole sono ancora lette, ascoltate, interpretate? Dobbiamo scriverne altre? Abbiamo la vitalità, la resistenza e la fantasia di cambiare i pensieri e trasformarli in nuove parole come: accoglienza e uguaglianza?

L’articolo di Ilaria Capanna è stato pubblicato su Left del 23 marzo 2018


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