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La depenalizzazione dei reati minori non può più essere rimandata. Occorre puntare su misure alternative, il carcere deve essere solo l’ultima istanza, e poi chiudere i Cpr

Come usciremo dalla pandemia? Certamente non come vi siamo entrati. Come è sempre accaduto storicamente per le grandi crisi, si para dinanzi alle società un bivio. O si rafforzeranno stati di eccezione (alla Schmitt), comunità nazionalistiche ed escludenti o prevarrà una nuova percezione di senso, che ci urla che il “re è nudo”, che il capitale globale è fragile, che l’Unione europea ha definitivamente fatto bancarotta. Può diventare percepita la fragilità strutturale. Il dominio del capitale può disvelarsi come un comando senza egemonia culturale. Anche noi dovremo cambiare mettendo a tema categorie classiche in parte rimosse come corpi, spazi, territori.

A questo allude, ad esempio, la tragica e prevista esplosione del carcere (oggi, 17 marzo, purtroppo sono stati rilevati i primi contagi di Covid-19 in penitenziari lombardi e a Voghera, ndr). Corpi massacrati, spazi ristretti e sovraffollati, inaudita promiscuità ci parlano di una feroce ed incostituzionale condizione carceraria. Dovrà profondamente cambiare. Parleremo con maggiore autorevolezza ed ascolto rispetto a ieri di depenalizzazione dei reati minori, di misure alternative, del carcere come ultima istanza, di abbattimento dei muri etnici, dei Centri di permanenza per il rimpatrio. Discuteremo con più forza di amnistia. Non a caso, in queste ore voci importanti nella magistratura, nell’associazionismo, le Unioni camere penali, i piccoli partiti della sinistra , stanno discutendo di indulto e di una serie di misure urgenti alternative all’ossessione giustizialista di Bonafede.

Si aprono, insomma, in forme a volte non lineari, terreni più avanzati di conflitto. Un secondo esempio. Lottiamo da anni, Giuristi democratici con i comitati degli occupanti di case che lottano per il costituzionale diritto all’abitare, per il “diritto di avere diritti” (richiamando Hannah Arendt e Stefano Rodotà). Cioè per il riconoscimento della residenza, sia per i nativi che per i migranti, essenziale per realizzare l’obiettivo, in base all’art. 3 della Costituzione. È stata emanata, molto recentemente, una decisiva sentenza della Corte costituzionale (sentenza n.44 del 2020) che sancisce che limitare l’accesso all’edilizia residenziale pubblica solo a coloro che risiedono o lavorano nel territorio regionale da almeno cinque anni è incostituzionale.

A volte, allora, si vince. La Consulta ha, infatti, annullato la legge iniqua e razzista n.16 del 2016 della Regione Lombardia, tesa ad impedire a quasi tutti i migranti l’accesso alla graduatoria. Il ricorso contro la legge del 2016 era stato presentato proprio da un cittadino tunisino attraverso l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asfi) e l’Associazione volontaria di assistenza socio/sanitaria e per i diritti dei cittadini stranieri, rom e sinti. Un bel lavoro fatto insieme, dal basso, da sfruttati, migranti e Giuristi democratici conseguenti, che osano andare controcorrente. La Consulta ha richiamato espressamente il «principio di eguaglianza sostanziale, perché il requisito temporale richiesto dalla legge lombarda contraddice la funzione sociale stessa dell’edilizia residenziale pubblica». È molto importante, perché la Lombardia era stata imitata, in questa spirale razzista, dal Veneto, dal Friuli Venezia Giulia, dal Piemonte, dalla Toscana.

Ora la lotta per la casa poggia su una più forte legittimazione. È stato, infatti, ribadito dalla Corte in maniera solenne il diritto costituzionale all’abitazione, precisando che è compito della Repubblica dare effettiva attuazione a tale diritto. La Corte ci richiama ai parametri di vita dignitosa di fronte all’indigenza, a criteri economico/sociali. E ci dice che frapporre ipocriti ostacoli temporali riguardanti la residenza è ingiusto e razzista. Ha spostato molto in avanti il conflitto sociale. E ha anche rafforzato l’impegno di Left contro l’autonomia differenziata (“la secessione dei ricchi”, non a caso). L’autonomia regionale, quando diventa territorio e comunità escludenti , deve lasciare il passo all’affermazione dei diritti universali costituzionali.

Anche le difficili condizioni strutturali di una sanità regionalizzata, privatizzata, mercificata stanno facendo, in questi giorni, aprire gli occhi a milioni di persone. Potremo, forse, con più forza, ricominciare a discutere di un importante intervento pubblico, di uno Stato costituzionale che progetta e coordina. È possibile che, usciti dalla crisi della pandemia, spiri un’aria più fresca?

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