Condividi

Mi chiamo Francesco, ho 31 anni e abito a Bergamo. Sono un giovane come tanti. Precario. Relativamente impegnato/interessato alla politica. Più o meno informato, più o meno acculturato. Vi scrivo per portare una testimonianza di quello che è vivere nella mia città in queste terrificanti settimane. Oltre al susseguirsi di ambulanze che corrono lungo autostrade deserte dal casello autostradale fino al Papa Giovanni, dal mio quartiere, la Malpensata, fino alla Gavazzeni Humanitas qui vicino. La vita a Bergamo non solo è sospesa, ma è appesa a un filo. Sono sempre più infatti gli amici, i parenti che contraggono questo maledetto virus. Ma non sono anatemi che voglio lanciare, sarebbe fiato e tempo sprecato in questo momento. Senza dubbio il mio pensiero va a tutti coloro che oggi sono costretti a lavorare in condizione di rischio, oltre ovviamente a chi come infermiere/i, medici, OSS, inservienti e tutte/i coloro che un ospedale lo fanno funzionare nella normalità e in questo momento così assurdamente fuori dal tempo.

Scrivo questa lettera aperta per non dimenticarci delle carceri, dei centri di accoglienza, dei reparti di psichiatria, delle/dei senzatetto, delle persone povere e estremamente povere, di tutte e tutti coloro che senza aiuti non sopravvivono. Stiamo sperimentando la sopravvivenza tutte e tutti quante/i in queste settimane. “Ah che noia” “ah che strazio”. “Ah che cazzo faccio ora?”. Egoisticamente l’ho pensato pure io in queste giornate di quarantena. Responsabilmente, qui, tutte e tutti sono rimaste/i al loro posto. Non ho visto esodi, né troppe euforie psicotiche, se non qualche caso di scaffali svuotati.

La gente devo dire che da subito si è comportata bene. Tuttavia, qualcosa sfugge in questa situazione. Sfugge l’importanza di avere uno Stato che in questo momento ci sta tutelando e preservando la nostra salute. Sfugge il fatto che il nostro capo dello Stato abbia rimproverato l’Unione Europea di troppo lassismo. Sfugge che ad essere incaricato della costruzione di un ospedale emergenziale sia quel Bertolaso responsabile dell’emergenza post-sisma de L’Aquila. Sfugge che la Lega chiami medici e personale specializzato da Cina, Cuba e Venezuela. Sfugge che il sovranismo oggi abbia perso le parole. I sovranisti sono solo in grado di mettere le bandierine tricolori e retweettare gli encomi Trumpisti.

Il 17 marzo è stato l’anniversario dell’Unità d’Italia e che hanno fatto queste stesse persone? Criticano, per il gusto di criticare, giusto per avere spazio sui quotidiani e notiziari nazionali. Ma oggi questo non ha senso capite? Loro stessi se ne rendono conto. Leggo poi di “generosi” miliardari che decidono di donare milioni di euro per la costruzione dell’ospedale al Portello. Bellissimo si potrebbe pensare, se non che come cittadini dovremmo pretendere che sia lo Stato ad avere risorse per questo. Io 49 milioni di euro non so nemmeno come sono fatti, così come non conosco né il colore, né l’odore dei 120 miliardi annui di IVA non versata. Ma forse sto perdendo, potreste pensare. Affatto! È questa la questione chiave: da questa terribile storia dovremo pretendere di ritornare a stabilire un “patto sociale”, un “contratto”, non quello votato sulla piattaforma, ma qualcosa di più simile al pensiero del vero Rousseau. Qualcosa che però parta da un profondo lavoro di presa di coscienza da parte di tutti noi. Perché se è vero che la mia generazione è la prima ad interrogarsi sulla necessità di “rallentare” la corsa all’oro, beh è stata sicuramente la privazione del nostro futuro a spingerci in quella direzione. Però questo, specie oggi, dovrebbe spingerci a PRETENDERE diritti.

Non è possibile sentire il terrore delle e dei trentenni della galassia delle partite IVA fittizie e dei contratti con le cooperative sociali, intimorite/i dal pensiero di non avere un salario minimo per questo mese. Ieri è arrivato il decreto finalmente e mi auguro possa davvero aiutare queste persone. Ma ciò dovrebbe quantomeno solleticare un minimo la rabbia repressa nei confronti del susseguirsi di governi più o meno neoliberisti che hanno dato elemosine, togliendo e rosicchiando ogni straccio di tutela sindacale e lavorativa. Potrei sembrare egoista in questo senso. Ma smentirò così anche i vari #primaglitaliani. In questi giorni di quarantena ho pensato molto ai migranti, ai rifugiati, ai carcerati, a tutte quelle persone che in gabbia passano la loro esistenza. Dieci giorni di quarantena e cantiamo “l’Inno di Mameli” dai balconi. Goliardia, risate, spensieratezza. L’ho fatto anche io, per carità. Anche nei lager nazisti si cantava per scacciare il pensiero della morte, molto probabilmente. La musica ci tiene aggrappati alla vita. Ma oggi mi chiedo davvero quale diavolo di disgrazie umanitarie siamo portati ad accettare pur di rimanere nel confort. Mi sento estremamente colpevole in questo. Mi sento colpevole di poter uscire e fare la spesa, rispettando gli obblighi di legge per carità.

Mi sento complice di questo mondo che strutturalmente, per la sua mera sopravvivenza, crea fortezze. Ovunque. In mare. Sulla terra. Dentro gli Stati. Nelle periferie. Negli ospedali. Per sopperire a tutto questo, spesso la gente si mobilita dal basso. Bergamo in questo senso ne è un esempio a livello nazionale. È una delle province italiane con il maggior numero di enti del terzo settore, organizzazioni, movimenti dal basso, iniziative istituzionali ed esperienze di autogestione. Spesso siamo derisi per la nostra dizione grossolana e marcatamente nordica. Spesso ci prendono in giro per la nostra attitudine “a laürà”. Lungi da me dal voler costruire una discutibile identità nazionale astorica del nord e di Bergamo. Posso dire che tuttavia, culturalmente, siamo e continuiamo ad essere solidali, seppur anche qui il consumismo e il neoliberismo abbia contaminato il nostro essere “contadini” dell’animo. Dico questo perché sono certo che ci si rialzerà da questa tragica situazione, ma non sarà al motto del tornare a consumare come prima. Con buone probabilità questo virus è stato il prodotto di una crescita e di un estrattivismo senza fine.

Il futuro al quale dobbiamo guardare dovrà essere diverso. Un futuro che per forza di cose dovrà essere affrontato non con discorsi semplicistici o a suon di tweet. Tenetevi tutti i post su Facebook del mondo, io voglio per tutte e tutti un salario minimo garantito, un serio piano energetico per l’Italia e l’Europa, una progressiva ristrutturazione delle carceri italiane favorendo percorsi alternativi di reinserimento sociale. Vorrei politiche per la famiglia, ma non quella cristiana, tutte le famiglie sia essere single con figli, coppie omo o eterosessuali, italiane, magrebine, siriane, nigeriane, senegalesi. Politiche per la persona, per le lavoratrici e i lavoratori costretti a sudare nei campi o nei centri commerciali, o in sella ad una bicicletta. Vorrei un’etica della politica che vada al di là della campagna elettorale, ma che non si riduca ad una mera presentazione di programmi discussi in base alla loro fattibilità economico-finanziaria.

In questi giorni sto leggendo l’ultimo libro di Colin Crouch, il quale sottolinea una questione centrale della politica degli ultimi vent’anni: l’estremizzazione delle “passioni” ha portato il trumpismo e il suo opposto, il rigore razionalista, l’austerity. La verità sta nel mezzo. Servono passioni e servono politiche fattibili. Serve senso di responsabilità collettiva, non solo ora nello stare a casa, ma pure fra due mesi quando butterete il vostro mozzicone di sigaretta sui binari della Centrale, oppure quando vi proporranno lo sconto sul cambio gomme senza fattura. Serve smontare retoriche qualunquiste prive di ogni senso critico. Servirà batterci per i diritti della nostra vicina e del nostro vicino. Servirà crescere tutte e tutti assieme. Non basterà nemmeno cantare “Bella Ciao” in piazza, ma servirà rimproverare il nostro amico quando utilizzerà un linguaggio machista o xenofobo anche solo per scherzo. Oggi prendiamoci sì cura delle nostre nonne e dei nostri nonni, dei genitori e di chiunque oggi sia più esposto a questa maledetta epidemia, ma domani, assieme, prendiamoci a cuore la società, il Pianeta, gli ultimi, perché altrimenti le conseguenze saranno nefaste per ognuno di noi.

Di amore e di libertà per tutte/i,

Francesco

PS: qualcuno penserà o mi etichetterà come buonista, radical chic, sardina e chi più ne ha più ne metta. Sono bergamasco. Sono italiano. Sono zingaro. Sono bianco. Sono nero. Sono socialista. Sono comunista. Sono anarchico. Sono tutto ciò che volete che io sia. Ma voi chiedetevi chi siete e se davvero vi ritenete diversi “dall’altro”.

Commenti

commenti

Condividi