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Il paradosso tutto italiano dell’aborto farmacologico. Essendo consentito solo in ospedale toglie posti letto “preziosi” per fronteggiare la pandemia. Basterebbero due passaggi in day hospital, cosa si aspetta a cambiare i protocolli?

La pandemia Covid-19 ci ha fatto capire che l’ospedale, oltre che un luogo di cura, può essere un luogo di diffusione delle infezioni, che gli accessi in ospedale devono sempre essere ridotti all’indispensabile e che, in situazioni gravi come quella che stiamo vivendo, tali accessi devono essere limitati alle sole urgenze, per ridurre le possibilità di contagio. Le interruzioni volontarie di gravidanza sono urgenze, e i Centri Ivg continuano a lavorare anche in questa situazione difficile e complessa, come hanno fatto notare scandalizzati alcuni commentatori dell’ultima ora. Perché neanche la pandemia riesce a scalzare i preconcetti di una cultura che considera la differenza inferiorità e la medicina riproduttiva una branca per tempi di vacche grasse, preoccupata solo di soddisfare le richieste egoistiche di donnine capricciose e irresponsabili.

Se le interruzioni volontarie di gravidanza non possono essere rimandate, gli ospedali non possono però sopportare l’occupazione di posti letto che comporterebbe la procedura farmacologica se fossero rispettate le antiscientifiche indicazioni del ministero della Salute e del Consiglio superiore di sanità, che prevedono un ricovero ordinario della durata media di tre giorni. Sappiamo tutti come tali indicazioni ministeriali siano disattese, in primo luogo dalle Regioni che hanno previsto per questa procedura il regime di day hospital, ma anche dalle donne delle regioni “obbedienti” ai diktat ministeriali, la stragrande maggioranza delle quali firma la dimissione volontaria dopo l’assunzione del primo farmaco, e si ripresenta dopo due giorni per la somministrazione delle prostaglandine.

Nonostante ciò, in tempi di pandemia le possibilità di accedere all’Ivg farmacologica si riducono perché, in ogni caso, per l’aborto farmacologico sono previsti tre passaggi in ospedale, mentre per l’Ivg chirurgica gli accessi in ospedale possono essere ridotti a due. Dunque, in tempi di pandemia, al fine di ridurre l’impegno per l’ospedale e i rischi di contagio, si decide di sacrificare il diritto di scelta delle persone, osteggiando o bloccando l’accesso alla procedura farmacologica. È quello che sta succedendo a Lodi, Lombardia, esempio di come le preclusioni ideologiche – la paura infondata della banalizzazione dell’aborto e del conseguente aumento del ricorso a questa scelta – possano spingere a scelte organizzative e di politica sanitaria inappropriate e deleterie. Il nostro è l’unico Paese nel quale per l’Ivg farmacologica è obbligatorio il ricovero; nel resto del mondo la stragrande maggioranza degli aborti farmacologici viene espletata in regime ambulatoriale ed accedono in ospedale solo le donne – pochissime – che abbiano avuto complicazioni.

La sicurezza della procedura ha spinto molti Paesi a sperimentare servizi di telemedicina, con ottimi risultati. La stessa Food and drug administration statunitense, le cui linee di indirizzo furono il riferimento per le nostre nel 2010, dal 2016 «raccomanda» il regime at home per gravidanze fino a 70 giorni di amenorrea, perché è sicuro e richiede un minor numero di controlli, il che è un vantaggio non solo dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista delle possibilità di contrarre infezioni legate all’ambiente sanitario. Recependo tali raccomandazioni, basate su una solida letteratura scientifica, la Regione Lazio, con determinazione n.G03244 nel 2017, dopo aver istituito uno specifico Tavolo tecnico, aveva approvato una sperimentazione per la Ivg farmacologica in regime ambulatoriale, che fu bloccata dalle proteste del fronte no-choice e dal veto ministeriale (la Regione Lazio era ancora in piano di rientro). L’ospedalizzazione ingiustificata di persone sane, quali sono le donne che decidono di interrompere una gravidanza non voluta, comporta un aumento del rischio di contrarre infezioni (non solo Covid-19), uno spreco di risorse economiche sempre più vitali per il nostro Sistema sanitario nazionale, nonché l’occupazione di posti letto che vengono sottratti a chi ne ha realmente bisogno.

Nell’ottica di limitare i rischi, si dovrebbe facilitare l’accesso alla Ivg farmacologica, eliminando la raccomandazione del ricovero ordinario, riducendo a due gli accessi in day hospital e ammettendo il regime ambulatoriale; riteniamo la scelta opposta, quella della limitazione o della soppressione, sconsiderata, inappropriata dal punto di vista della Sanità pubblica, nonché offensiva ed umiliante per le donne, volta solo a dimostrare che in Italia bisogna pensarci bene prima di abortire. È finalmente tempo che il ministero della Salute abbatta questa inappropriatezza, inaccettabile anche…

La ginecologa Anna Pompili fa parte dell’associazione medici italiani contraccezione e aborto (Amica), la ginecologa Mirella Parachini dell’Associazione Luca Coscioni conduce la trasmissione “Il maratoneta” su Radio Radicale

 

L’articolo prosegue su Left del 20 marzo 

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