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La crisi sanitaria provocata dalla pandemia ha reso evidenti tutti i danni provocati al welfare italiano da anni di politiche neoliberiste. E ora che Bruxelles ha sospeso il patto di stabilità si ammette di fatto che l’austerità non è compatibile con i diritti e la democrazia

Viviamo in un Paese in cui 18,6 milioni di persone sono a rischio esclusione sociale; 5 milioni vivono in condizioni di povertà assoluta (di cui 1milione e 200mila minori); 9 milioni in povertà relativa e 50mila vivono in strada; dove 4 milioni di lavoratori e lavoratrici nonostante abbiano più di un impiego (precario) restano poveri e il 27% del totale lo diventerebbe se perdesse tre mesi di stipendio; in cui oltre 40mila donne sono vittime di violenze fisiche e psicologiche; 11 milioni di persone non possono più curarsi e il 40% di quelle che lo fanno si indebitano; dove si registra il più alto numero di Neet in Europa coinvolgendo 2milioni 116mila giovani e in cui la dispersione scolastica è al 13,8%; dove la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo ci racconta di mafie che fanno affari per un valore di circa 110 miliardi l’anno con traffici, droga, usura, corruzione e altro. Questo prima che arrivasse l’epidemia di Covid-19. E ora che facciamo?

Le forze politiche che si sono alternate al governo negli ultimi 12 anni hanno praticato tagli in tutti quei settori pubblici di fondamentale importanza per uno Stato democratico. Si sarebbero dovuti mettere al centro i diritti fondamentali delle persone e – riprendendo l’art. 3 della nostra Costituzione – rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando la libertà e l’eguaglianza, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la sua effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Ma la tragedia raccontata dai numeri evidenzia altre priorità.

In nome dell’economia in Italia si è affossato il Servizio sanitario nazionale e, con la scusa della riduzione del debito e della spending review, i governi hanno chiuso i rubinetti degli investimenti nella sanità pubblica aumentando dal 2009 al 2017 solo dello 0,6% la spesa sanitaria. Questo ha provocato la riduzione per la spesa del personale sanitario, il blocco del turnover, l’abbattimento di 70mila posti letto, la chiusura di 175 unità ospedaliere, e l’accorpamento compulsivo delle Asl da 642 negli anni 80 a 101 nel 2017. I tagli hanno raggiunto 25 miliardi di euro solo tra il 2010 e il 2012, seguiti da liberalizzazioni e privatizzazioni dei servizi pubblici, provocando l’esplosione della spesa privata che il Censis calcola in 40 miliardi di euro solo nel 2017. Lo stesso è accaduto al Fondo nazionale politiche sociali che…

Elisa Sermarini fa parte della Rete dei numeri pari

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 27 marzo 

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