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Cina e Corea del Sud sono uscite dall’emergenza Covid-19 con metodi diversi: una con il lockdown totale e la quarantena di massa, l’altra con tamponi a tappeto sugli asintomatici. Il nemico invisibile non è ancora sconfitto ma quelli sono gli esempi da seguire per rallentarne la diffusione, spiega il fisico teorico Federico Ricci Tersenghi

Wuhan è stata la prima. Il 23 gennaio Pechino dispose la chiusura totale di tutte le attività produttive riducendo i servizi al minimo indispensabile, ma davvero minimo, imponendo il divieto alla cittadinanza di uscire di casa se non per mandare a fare la spesa ogni tre giorni una persona designata per nucleo familiare. Il prescelto, al supermercato, a distribuire il cibo, avrebbe trovato l’esercito. Con Wuhan fu chiusa l’intera regione dell’Hubei e posta in isolamento una popolazione di 58 milioni di persone. Poco meno di un mese dopo il Covid-19 è toccato alla Corea: in due settimane si passò da 200 contagi a oltre 7mila. Infine il coronavirus dopo essersi insediato a macchia di leopardo in diversi Paesi asiatici è arrivato in Occidente deflagrando, inarrestabile, nel nord Italia. Annichilendo due delle regioni più ricche e produttive d’Europa. L’Italia è stata la seconda a dichiarare il lockdown. Era la prima settimana di marzo. Sembra un’eternità. Alcuni giorni dopo l’Oms ha dichiarato la pandemia.

Mentre scriviamo le agenzie battono la notizia del rinvio dei giochi olimpici di Tokyo al 2021, i contagi nel mondo hanno superato quota 400mila, di cui 40mila in Spagna e 32mila in Germania. I morti nel nostro Paese sono quasi 7mila, se ne erano contati venti fino al primo marzo. Come è noto, non esiste ancora un vaccino e solo alcuni farmaci non specifici danno qualche risultato sui pazienti. Ma per molte delle persone che hanno gravi patologie pregresse il contagio causa crisi respiratorie spesso letali. Il virus in pratica prosegue la sua corsa senza trovare ostacoli.

Tuttavia a Wuhan ha rallentato, non si è ancora fermato ma ha rallentato. Tant’è che insieme alle tragiche notizie appena riportate c’è anche quella della “riapertura” dell’intera regione cinese epicentro della pandemia. Il lockdown ha funzionato ma il nemico invisibile è ancora vivo. Cosa possiamo fare? Come possiamo difenderci in attesa di una cura? Funziona il lockdown all’italiana? Per orientarci abbiamo posto alcune domande al professor Federico Ricci Tersenghi, ordinario di Fisica teorica alla Sapienza di Roma.

Qualcuno si chiederà sicuramente perché un fisico e non per esempio un biologo o un virologo? La risposta è semplice e complessa allo stesso tempo. E subito ci immergiamo in questo viaggio. «Perché allo stato delle cose, il tempo è la parola chiave» risponde Ricci Tersenghi che insieme ad altri fisici, tra cui Giorgio Parisi ed Enzo Marinari, e biologi come Enrico Bucci sin dai primi di marzo svolge una preziosa opera di informazione attraverso siti divulgativi e gruppi su Facebook appositamente creati dove interagiscono esperti da tutto il mondo. Inizialmente il loro lavoro si è concentrato sui modelli matematici di previsione e di espansione del coronavirus. In quei giorni come raccontammo su Left, osservando la curva di distribuzione dei contagi era evidente l’analogia con la situazione cinese di 36 giorni prima. Ma con i dati a disposizione era possibile prevedere anche il tempo di raddoppio dei decessi. Tutte informazioni utili che certamente hanno contribuito a spingere il nostro governo a prendere la scelta di seguire – seppur con dei distinguo notevoli – l’esempio cinese del lockdown.

A distanza di tre settimane ha senso utilizzare ancora il lockdown come unica misura di contenimento?
Uno strumento di mitigazione come il lockdown non blocca la pandemia, ma serve a guadagnare tempo per consentire di affrontare un nemico contro cui al momento non si è preparati: pochi sono immunizzati e non esiste vaccino. Tutto quello che stiamo facendo serve solo a rallentare il contagio, a posticiparlo.

Perché non lo si può fermare?
Perché per la caratteristica del virus esistono i contagiati asintomatici, persone che per 2-3 giorni non presentano sintomi. Sono questi il nostro tallone di Achille. Fino a quando non ci si concentrerà sull’intercettazione degli asintomatici costoro diffonderanno il virus ai loro contatti inconsapevoli e il Covid-19 continuerà a circolare. Anche per questo abbiamo abbandonato i modelli matematici di previsione. Cercare di calcolare quando all’incirca sarebbe arrivato il famoso picco dei contagi e iniziata la discesa verso la fine dell’emergenza poteva portare con sé un messaggio sbagliato. Dando l’idea che ci si sarebbe potuti rilassare, e invece purtroppo non ce lo possiamo permettere.

Ci sta dicendo che quanto fatto sin qui è stato inutile?
Non è questo il punto. Ci sono due elementi che vanno considerati. Da un lato c’è il distanziamento sociale, l’igiene accurata, l’uso doveroso della mascherina. Sono tutti nostri comportamenti individuali e sociali che ci fanno prendere tempo ponendo degli ostacoli tra noi e il virus. E poi c’è la velocità di intervento dello Stato attraverso il sistema sanitario. Oggi questa velocità in Italia è ancora carente.

Ci spieghi meglio.
Come dicevo, tutto ruota intorno agli asintomatici. Oggi in estrema sintesi, quando si ritiene di avere il contagio, la risposta che si ottiene è di restare a casa, stando lontano da altre persone e se la situazione peggiora allora si interviene. Il problema è che è troppo tardi. Quando i sintomi diventano manifesti quella persona ha già infettato qualcuno. Questo significa – e lo si vede anche dai dati che arrivano dalla Lombardia – che a livello istituzionale si pensa di risolvere il problema in ospedale quando il caso è grave. Ma noi il problema lo dobbiamo circoscrivere prima sul territorio, evitando quanto più possibile di doverlo affrontare in ospedale. Perché in questo modo il contagio non si fermerà mai.

Quando si dovrebbe intervenire?
Subito, il giorno stesso, non appena una persona manifesta sintomi che potrebbero essere riconducibili al contagio. Si fa il tampone per una verifica tenendo presente che se c’è la conferma il tampone non serve a combattere il virus. Il Covid-19 si vince se il tampone viene fatto immediatamente ai contatti che quella persona ha avuto nei 4-5 giorni precedenti. Perché in questo modo si avrà la possibilità di individuare un asintomatico prima che il virus di cui è portatore diventi sufficientemente aggressivo da potersi trasferire in un’altra persona e proseguire l’infezione.

Questo è il cosiddetto sistema alla coreana che ha permesso a Seoul di rallentare in breve tempo la diffusione dei contagi (e dei decessi) dopo un picco iniziale?
In linea di massima sì. Ma può essere implementato in diversi modi. La Corea è andata a cercare uno per uno tutti i contagiati e ha potuto farlo (e fare i tamponi alle persone con…

L’intervista prosegue su Left in edicola dal 27 marzo 

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