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In un Paese oppresso da una grave crisi economica e sociale, crescono le tensioni contro il presidente suprematista che ha paragonato il coronavirus a una semplice influenza. E dai balconi di casa, con il flash mob del panelaço, i brasiliani chiedono che se ne vada

«In Brasile l’emergenza coronavirus arriva in un momento in cui il Paese sta attraversando una grave crisi politico-istituzionale ed economica», spiega Nadia, abitante di São Paulo, ma che per tanti anni ha vissuto a Torino. Una crisi dovuta a scelte del governo che non stanno pagando, ma che anzi si stanno dimostrando irresponsabili. Con Jair Bolsonaro come presidente, molti brasiliani e analisti ritengono che la democrazia si trovi in serio pericolo, una libertà riconquistata in Brasile nel 1985 con molti sforzi dopo 21 anni di lotte e sofferenze.

Bolsonaro in più di una circostanza ha ricordato con nostalgia gli anni della dittatura militare, arrivando ad affermare che l’unico errore del regime era stato quello di «torturare solamente» i prigionieri politici. E questa sua saudade verso quegli anni bui della storia brasiliana si riflette nella composizione del suo governo, essendoci una prevalenza di militari rispetto ai civili nei ministeri. Un evento che non si verificava proprio dal periodo della dittatura.

Il 14 marzo, nonostante i divieti di manifestazioni e assembramenti imposti del ministero della Salute per prevenire la diffusione in Brasile del Covid-19, il presidente Bolsonaro ha partecipato nella capitale Brasilia ad una marcia contro il Parlamento e la Corte suprema organizzata da suoi sostenitori, espressione dei gruppi dell’estrema destra brasiliana. In quell’occasione il presidente si è fatto strada tra la folla dispensando baci, abbracci e strette di mano. Un comportamento incosciente e potenzialmente molto dannoso: solo pochi giorni prima diversi…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 27 marzo 

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