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Il noto filosofo ha definito l’epidemia di coronavirus uno strumento per ampliare lo «stato di eccezione». E del tutto sconsideratamente parla di «emergenza immotivata» per creare uno «stato di paura». Pensieri a vanvera.

Il 26 febbraio Il Manifesto ha pubblicato un controverso articolo del filosofo Giorgio Agamben dal titolo “Lo stato d’eccezione provocato da un’emergenza immotivata”. A questo hanno fatto seguito due ulteriori scritti (“Contagio” e “Chiarimenti”) con i quali il pensatore è intervenuto nel dibattito culturale che è scaturito dalle sue posizioni iniziali. Definendo, in modo provocatorio, inventata l’attuale epidemia di Covid-19, Agamben ha proposto una riflessione che si sviluppa in questi termini: le misure restrittive del governo sono la manifestazione di un uso ormai consolidato dello «stato di eccezione come paradigma normale di governo», teso a restringere le libertà individuali. Ciò è accettato dalla popolazione perché sembra dare una risposta efficace allo «stato di paura» in cui vivono le coscienze individuali, stato di paura che sarebbe indotto dal potere stesso, nel suo sempiterno tentativo di ridurre la ricchezza della vita umana, fatta di affetti e rapporti, alla nuda vita, la semplice esistenza biologica.

Alcuni (Paolo Flores D’Arcais su MicroMega o Davide Grasso su minima & moralia, per citarne solo due) hanno controbattuto punto per punto alle osservazioni del filosofo in modo estremamente efficace, sottolineando la siderale distanza dalla realtà delle parole di Agamben. Ma appuntare l’attenzione su questo abnorme errore di astrazione può essere utile per ripensare in senso più complessivo i movimenti della cultura, che anche quando restano invisibili al grande pubblico, hanno in realtà ricadute pesanti su cosa pensano e su come riflettono una società e una comunità.

Agamben appartiene, come Toni Negri, ad una lunga tradizione di studiosi che…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 27 marzo 

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