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Sono centinaia e forse migliaia i decessi a domicilio (e nelle case di cura per anziani), oltre l’ecatombe negli ospedali. Cerchiamo di capire come mai

Che la diffusione dell’epidemia nella popolazione fosse ben più ampia dei numeri ufficiali desunti dai tamponi è ormai cosa nota. Stanno invece giungendo conferme che anche il numero dei deceduti per Covid-19 in alcune aree geografiche è ben più alto delle cifre ufficiali. L’Istat al riguardo ha pubblicato i dati sulla mortalità sino al 20 marzo 2020 di un migliaio di comuni italiani (v. articolo su Left). Dati che utilizzati per elaborazioni statistiche consentono di meglio comprendere gli anomali picchi di mortalità segnalati da alcuni sindaci e ripresi dalla stampa locale. Tra i tanti che si sono cimentati anche il prestigioso Istituto Cattaneo di Bologna con uno studio su: “Gli effetti della pandemia da Covid-19 sulla mortalità. Analisi di 1084 comuni italiani”. Colpiscono, tra i molti dati, l’aumento dei decessi rispetto alla media del quinquennio precedente (molto superiore alle cifre ufficiali): a Bergamo sono aumentati del 266%, seguono Piacenza con il 178%, Pesaro 167%, Cremona 134%, Parma 80%, Brescia 78%; le altre città raramente superano il 40%; Milano fortunatamente al 16,3%. Lo studio così conclude: “Il numero di decessi riconducibili a Coronavirus in Italia risulta comunque il doppio di quello a cui si arriva sulla base dei numeri relativi ai pazienti deceduti positivi al test per Covid-19, comunicati dalla Protezione Civile. È plausibile, quindi, che i decessi aggiuntivi non attribuiti a Covid-19 riguardino persone decedute in casa, e sulle quali non è stato eseguito il test di positività”. Perché si sono verificati centinaia e forse migliaia di decessi a domicilio oltre l’ecatombe dell’ospedale e la prevedibile e normale mortalità della popolazione? Cosa è stato fatto o non fatto per prevenirli? In assenza di altre cause massive di morte perfettamente concomitanti (terremoti, guerre, tsunami o terribili maledizioni) l’unica spiegazione logica e plausibile, come conclude la ricerca, è che fossero anch’essi dovuti al Covid-19 e, aggiungiamo noi, che ci sia stato un insuperabile e persistente motivo che ha impedito loro di fare il tampone e andare in ospedale. Cerchiamo di chiarire e dare qualche spiegazione.

Normalmente i pazienti con sintomi si rivolgono al medico di base il quale eventualmente segnala il caso alla ASL che decide se procedere o no con un tampone. Se il paziente fa il tampone, se questo è positivo, se ha sintomi importanti va in ospedale altrimenti resta a casa variamente controllato; se peggiora va in ospedale. Evidente che in questo percorso ci sono troppi se. Il più cruciale è che se il paziente non fa il tampone, pur avendo i sintomi, non è considerato un Covid-19 e resta fuori dall’intero circuito. Se la strategia della regione, come affermano i numeri, è fare pochi tamponi è più difficile entrare nel circuito ospedaliero e territoriale e le situazioni sempre possibili ma eccezionali possono diventare, come accaduto, quasi la norma. Inutile dire che lasciare a casa un paziente positivo ma non diagnosticato significa per prima cosa ridurre le sue probabilità di sopravvivenza ma anche condannare alla positività la famiglia ed i contatti (ed essere una delle principali cause dell’esplosione dei contagi); esattamente il contrario di quello che si dovrebbe fare. Ovviamente è quasi impossibile sapere ora quanti sono i pazienti senza tampone; lo si può intuire, come stiamo facendo ora, contando, dopo, i morti.

Fare pochi tamponi ha altre gravi conseguenze: sottostima il numero dei positivi giornalieri (cosa che può far mediaticamente comodo e dipende da quanti tamponi vengono fatti, a chi, e dispersi su quale popolazione). Pochi tamponi rendono l’ospedale fortemente permeabile ai contagi dei pazienti e del personale; sul territorio, come detto, questa “strategia” limita enormemente la possibilità di individuare i pazienti con Covid-19. L’OMS ha da tempo sollecitato a fare più tamponi. Quando si parla di numero di tamponi viene comunemente commesso l’errore di riferirsi al loro numero assoluto e non rapportarli alla popolazione (tamponi / 100.000 abitanti). È questo indicatore che svela e rende palese e inconfutabile la scelta iniziale della Lombardia di fare pochi tamponi. Varie fonti, elaborando i dati ufficiali, evidenziano che per un periodo sono stati fatti quasi la metà dei tamponi rispetto al Veneto.

È ampiamente noto che il famoso modello lombardo di sanità è da decenni fortemente ospedalocentrico con un territorio debole e fragile. Lo stesso modello è stato utilizzato per affrontare l’epidemia: grande potenziamento degli ospedali e residuale attività territoriale. Non si è capito che è sempre il territorio che protegge l’ospedale da flussi massicci e contemporanei di pazienti. Non si è capito che non si fronteggia una epidemia solo aumentando i pur indispensabili posti letto negli ospedali. Non si è capito che non basta il prezioso distanziamento sociale (che previene le infezioni). Non si è capito che è sul territorio che si intercettano e bloccano i malati prima che diffondano il virus; e se non lo si fa questi muoiono a casa. Non si è capito che fare pochi tamponi è un gravissimo errore. Ciò ha portato al collasso degli ospedali nonostante i sacrifici incommensurabili del personale. Ciò ha contribuito a questi morti prima invisibili. È il fallimento di buona parte della politica sanitaria regionale; fallimento che ha sempre ed inevitabilmente un costo esoso in vite umane.

Un approccio quasi opposto e decisamente più efficace, come dimostrano i numeri, ha avuto il Veneto che, avendo un territorio più forte, ha puntato subito su un energico e capillare contrasto territoriale. Inconsistenti le usuali scuse addotte della Lombardia; Codogno e Vò hanno iniziato insieme ma pochissimo dopo è arrivata la fiammata della bergamasca e la domanda vera e ineludibile è: perché si è perso così tanto tempo per decretare la zona rossa? C’entra forse il non voler chiudere le centinaia di fabbriche del posto? Scaricare la responsabilità sul governo centrale è troppo comodo e non regge più; se la gestione della sanità è regionale lo è inevitabilmente anche la responsabilità.

Possibile che la regione che si vanta di essere la più avanzata sul versante sanitario commetta errori tecnici e strategici di tale portata? Possibile che perseveri nonostante la criticità delle evidenze? Abbondano in Lombardia le competenze per capire da subito quanto stava accadendo. Molte e scomode sono domande che pretendono una risposta onesta. Altrimenti, finita questa storia, le risposte verranno comunque date ai numeri. Lo si deve quantomeno a tutti quei morti (quasi) invisibili, e probabilmente evitabili.

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Quinto Tozzi, già cardiologo intensivista ospedaliero; già direttore ufficio Qualità e rischio clinico dell’Agenzia sanitaria nazionale (Agenas)

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