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In Italia le strutture socio sanitarie di riabilitazione e l’assistenza, sanitaria e non, agli anziani sono un grosso e grasso business gestito praticamente ovunque dai privati e sovente il livello di attenzione e controllo del pubblico è eufemisticamente debole. Fa quindi comodo una sanità che abbia un territorio debole; dove debolezza significa anche personale del tutto insufficiente per una parvenza di controlli di sanità pubblica.

È di una inquietante gravità la delibera dell’8 marzo scorso in cui la Regione Lombardia chiede alle case di riposo di mettere a disposizione spazi per pazienti Covid-19. Sconcerta e preoccupa che il livello politico e tecnico più alto di una istituzione (che si vanta di avere il miglior sistema sanitario regionale) non colga l’enormità e le conseguenze di un simile errore, o forse, peggio ancora, che lo ignori deliberatamente. Ben più logico sarebbe stato, come fatto da altre Regioni, rivolgersi alle numerosissime cliniche accreditate evitando commistioni di pazienti.

L’episodio delle infezioni e delle decine di morti tra i degenti del Pio Albergo Trivulzio di Milano e il diffondersi dell’infezione nel personale non è però isolato ma è l’ultimo di una serie di casi verificatisi e venuti alla luce nelle ultime settimane sia in Lombardia che nella maggior parte delle altre regioni dove però il contagio è avvenuto spontaneamente senza l’intervento attivo della regione (vedi Amarilda Dhrami su Left del 27 marzo, ndr). Casi che hanno contribuito ad aumentare sia la mortalità ufficiale che quella ufficiosa. Perché è ormai palese che c’è anche una consistente mortalità ufficiosa per Covid-19 che in alcuni comuni soprattutto lombardi in alcuni periodi è paragonabile a quella ufficiale. Morti quasi invisibili di pazienti che non riescono a fare il tampone e ricoverarsi in ospedale e che muoiono a casa loro.

Il virus, come l’acqua che scorre in discesa, si diffonde spontaneamente verso quei gruppi di persone dove trova meno resistenza; non è vivo ma obbedisce a leggi fisico chimiche naturali, ineluttabili, potenti e finalizzate esclusivamente alla sua duplicazione massimale: va dove può, dove è più facile e dove gli si consente di andare. Per fermarlo conta solo quello che non si fa, quello che si fa, e come lo si fa.

Il luogo per lui ideale è quindi fisicamente circoscritto, dove sono concentrate centinaia di persone, quasi tutte anziane, con altre importanti patologie, sovente non autosufficienti, spesso cognitivamente compromesse, in strettissimo contatto tra loro e circondate da numerose persone esterne che cambiano continuamente (personale turnante e parenti). Peggio ancora se a questo si aggiungono livelli di vigilanza sanitaria bassi perché non sono pazienti acuti, se le protezioni per il personale sono scarse o negate, se non ci sono gli strumenti, ovvero i tamponi, per individuare i positivi. Può anche accadere che a qualcuno faccia comodo non sollevare il problema delle morti e finché possibile diluirle nella normale mortalità generale (tanto sono anziani e prima o poi dovevano morire….!), come può anche verificarsi che la vigilanza delle autorità sanitarie del territorio sia eufemisticamente carente. Si creano così le condizioni ideali per una tempesta perfetta in cui si concentra nello stesso luogo il massimo della debolezza del sistema, il massimo della debolezza dei pazienti con il massimo delle condizioni favorenti la diffusione del virus. Se aggiungiamo a questa già esplosiva situazione quanto chiesto dall’incredibile delibera dell’8 marzo di far coabitare in queste strutture i reparti Covid diventa evidente come l’eccezione possa diventare non l’ammalarsi ma il restare sani. Per correttezza c’è da dire che una volta manifestatosi il problema, in ogni regione l’intervento delle ASL è stato in genere abbastanza pronto e corretto. Dopo, però.Questa situazione di rischio è anche favorita in Lombardia dalla scelta iniziale, in controtendenza rispetto alle altre regioni, di fare pochi tamponi. Il numero dei tamponi serve, oltre a tutelare sanitari, pazienti e popolazione, anche a fare un po’ di luce nel buio profondo di ciò che accade sul territorio, e quindi anche nelle strutture sanitarie per anziani. Complottismo paranoico? No. Legittima domanda se dia troppo fastidio la luce.

In condizioni epidemiche chi ha la responsabilità della salute pubblica ovvero i vertici tecnici regionali, delle ASL e dei Distretti sanitari non possono esimersi dal non sapere quali sono i punti di vulnerabilità delle loro strutture e del loro territorio. L’accaduto assume quindi anche un significato di falla sistemica e sistematica nella sicurezza delle strutture sanitarie. Ciò che fa sbagliare non è il caso, il destino cinico e baro, la punizione crudele di un dio irascibile e sadico ma è il mix micidiale tra ignoranza, stupidità, interessi, pressappochismo, furbizia, mancanza di controllo, deresponsabilizzazione. Deve essere però chiarissimo che è tecnicamente possibile risalire alle cause principali ed alla catena di responsabilità che hanno condotto a queste situazioni; farlo o non farlo, seriamente o per finta, è pertanto quasi esclusivamente una questione di volontà politica.

Per la cronaca in Italia le strutture socio sanitarie di riabilitazione e l’assistenza, sanitaria e non, agli anziani sono un grosso e grasso business gestito praticamente ovunque dai privati e sovente il livello di attenzione e controllo del pubblico è eufemisticamente debole. Fa quindi comodo una sanità che abbia un territorio debole; dove debolezza significa anche personale del tutto insufficiente per una parvenza di controlli di sanità pubblica (compresi i controlli ambientali e nelle fabbriche).

È recentissima la lettera a Fontana della federazione regionale degli ordini dei medici lombardi; un chiaro, esplicito e circostanziato richiamo sulle conseguenze per i medici ed i pazienti di alcune strategie sanitarie e alcuni discutibili comportamenti della regione Lombardia. Chissà se si continuerà a negare l’evidenza e dire che la colpa è sempre degli altri.

Tra le cose ineludibili da fare passata la fase acuta e fatta esperienza del molto che ci ha insegnato questa epidemia si dovrà mettere veramente mano prima di tutto alla micidiale diaspora organizzativa e gestionale sanitaria delle regioni (altro che regionalismo differenziato!) e subito dopo alla sanità territoriale ed alla concezione ospedalocentrica della sanità che abbiamo toccato con mano essere perdente; un nuovo necessario equilibrio. Si sapeva, era stato detto inutilmente e lo abbiamo visto e vissuto che scindere gli ospedali, assurti a feticcio di efficacia e efficienza, dal territorio, da sempre parente povero e negletto, era un errore clamoroso. Ma lo si è fatto quasi ovunque presi dal fatuo innamoramento per una medicina ospedaliera troppo spesso vissuta come meccanicistica, tecnologica, fredda e muscolosa a discapito della medicina più semplice, umana e calda del territorio fatta di persone, pazienti, rapporti e non solo di prestazioni.

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Quinto Tozzi, già cardiologo intensivista ospedaliero; già direttore ufficio Qualità e rischio clinico dell’Agenzia sanitaria nazionale (Agenas)

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