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Negli ultimi anni il tema del caporalato e delle forme di grave sfruttamento lavorativo ha ricevuto una maggiore attenzione, che però oggi, di fronte all’emergenza coronavirus, rischia di evaporare

Il titolo di uno dei più noti film di Rainer Werner Fassbinder, La paura mangia l’anima, fotografa alla perfezione lo stato emotivo generato dal Covid-19. Da settimane impazzano le polemiche sulle modalità di blocco della produzione e quindi del lavoro per contenere il contagio da Covid-19. Gli scioperi operai e il pressing dei sindacati sono stati fondamentali affinché il presidente Conte firmasse il decreto del 22 marzo, attraverso il quale è stato limitato il numero di attività produttive essenziali autorizzate a proseguire la produzione.

Tuttavia, per la quasi totalità dei sindacati e per tanti osservatori il provvedimento è assai inadeguato, poiché lascia in funzione troppe aziende non essenziali e affida un eccessivo potere discrezionale alle imprese stesse sulla decisione di interrompere o meno le attività. Rispetto al lavoro nelle attività produttive essenziali, rimane inoltre insoluto il problema della effettiva tutela della forza-lavoro, e della fornitura di protezioni atte a contenere le possibilità di contagio. Attorno alla decisione di cosa è essenziale produrre e in quali condizioni, si è così aperta la contraddizione di fondo fra tutela di vita e salute e continuità del profitto.

Proprio rispetto alla sicurezza sui luoghi di lavoro in tempo di Covid-19, la questione del lavoro sfruttato risulta assente nel dibattito pubblico. Negli ultimi anni, il tema del caporalato e delle forme di grave sfruttamento lavorativo presenti in comparti fondamentali dell’apparato produttivo (agro-alimentare, logistica, edilizia, turistico-alberghiero, lavoro di cura, tessile-abbigliamento) ha ricevuto una maggiore attenzione, che però oggi, di fronte all’emergenza, rischia di evaporare. Eppure, nell’ottica della salute e della sicurezza collettiva ai tempi del Covid-19, il lavoro sfruttato è una questione che riguarda tutti e tutte, per almeno tre motivi.

In primo luogo, una parte significativa di questi lavoratori continua a lavorare, ma lo fa in condizioni sempre più difficili, precarie e pericolose. Poiché il lavoro sfruttato in genere si svolge proprio laddove più carenti sono i controlli e le ispezioni, e dove mancano le forme di tutela sindacale, è ragionevole ritenere che questa fascia di forza-lavoro non abbia certo la forza di imporre, a datori o a caporali, i protocolli e le garanzie di sicurezza richieste dal Dpcm del 11 marzo. Marco Omizzolo, in un articolo su Il Manifesto, ha denunciato come nell’Agro Pontino stia proseguendo imperterrito il reclutamento, da parte di caporali, di braccianti stranieri, soprattutto indiani, bangladesi e richiedenti asilo, in evidente violazione delle ordinanze.

Se pensiamo in generale alle decine di migliaia di braccianti, di corrieri, di facchini, non possiamo non domandarci angosciati: quali reali possibilità hanno di disporre di dispositivi di protezione adeguati e di poter lavorare in piena sicurezza? Si apre quindi un enorme problema di tutela della salute per questi lavoratori sfruttati: devono lavorare, perché inseriti in settori essenziali, ma spesso non possono farlo in condizioni tali da garantire la sicurezza propria e altrui.

Un secondo fronte riguarda il nesso fra sicurezza, salute e condizioni di vita dei lavoratori sfruttati. Quanti dei ghetti e degli accampamenti informali abitati da braccianti sottopagati e sfruttati rischiano di trasformarsi in incubatori di Covid-19, a causa della promiscuità forzata o della mancanza di adeguati servizi igienici? Lo stesso interrogativo si pone rispetto alle decine di migliaia di lavoratrici che assistono persone malate, disabili e anziane, spesso invisibili perché occupate in nero, per le quali luogo di lavoro e luogo di vita coincidono, o alle donne oggetto di grave sfruttamento sessuale e di tratta, che possono trovarsi obbligate alla convivenza con i propri aguzzini. In un appello promosso dalla Flai-Cgil si richiedono azioni concrete e rapide per la sicurezza e la salute dei braccianti, proponendo giustamente l’allestimento e/o la requisizione di immobili per la sistemazione alloggiativa di quanti vivono in condizioni degradanti.

In terzo luogo, occorre riflettere sulle prospettive imminenti del lavoro gravemente sfruttato. Per una larga parte di lavoratori sfruttati, occupati in nero o con contratti precari, si aprono altri due problemi immediati. Da una parte, la continuità di reddito, vitale soprattutto per chi deve ripagare un debito, appare compromessa per coloro sprovvisti di contratto regolare, e che per questo motivo non possono fruire degli ammortizzatori sociali previsti. Dall’altra, la minaccia di licenziamento o di mancato rinnovo contrattuale, esporrà i lavoratori migranti in possesso di regolare permesso di soggiorno a un probabile ricatto: mantenere l’impiego, ma accettando in cambio un taglio dei salari o un allungamento degli orari, oppure perdere il posto di lavoro scivolando in una condizione di irregolarità. In entrambi i casi, si profila un aumento della vulnerabilità per molti lavoratori e lavoratrici, italiani e migranti.

Una volta cessata l’emergenza Covid-19, occorrerà fronteggiare un nuovo quadro economico. Se l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) stima una perdita globale di posti di lavoro compresa fra 5,3 e 24,7 milioni, è plausibile che una parte consistente di tagli o di ristrutturazioni riguarderà le imprese più deboli, e quindi le mansioni meno qualificate. In Italia, la crisi potrebbe quindi impattare duramente su quanti sono occupati nei settori a basso valore aggiunto, con bassa produttività e ad alta intensità di lavoro vivo, cioè proprio quei settori dove maggiore è l’incidenza di grave sfruttamento lavorativo.

La legislazione italiana, per molti versi all’avanguardia in Europa – ci riferiamo alla normativa anti-tratta e alla legge 199 del 2016 di contrasto al caporalato -, nella repressione delle forme più violente di sfruttamento sul lavoro, non appare tuttavia sufficiente. In particolare, sarebbe necessario un notevole ampliamento di risorse, di progetti e di strutture destinate ai soggetti che denunciano gravi forme di sfruttamento lavorativo. In questa direzione, il recente Piano triennale di contrasto del caporalato approvato dal governo potrebbe fornire i mezzi per favorire la costruzione e il rafforzamento di filiere agro-alimentari “pulite” e libere.

Affinché il contrasto sociale al grave sfruttamento lavorativo non si limiti al caporalato in agricoltura, ma si allarghi a tutti i settori, è al tempo stesso necessario anche un rinnovato modo di fare intervento sindacale, ad esempio estendendo il modello di sindacato di strada. In definitiva, si tratta di non farsi mangiare l’anima dalla paura, ma al contrario di trovare antidoti e anticorpi al contagio dello sfruttamento.

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