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Ieri è uscita un’incredibile intervista di Francesca Nava a Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, che rivendica con fierezza la mancata chiusura del bergamasco (la famosa “zona rossa” arrivata troppo in ritardo su cui stanno litigando il governo e il presidente della Lombardia Fontana).

Spiega Bonometti che loro di Confindustria erano “contrari a fare una chiusura tout court così senza senso” e di averne parlato direttamente con la Regione: “Ci siamo confrontati, ma non si potevano fare zone rosse. Non si poteva fermare la produzione”, spiega. Un piccolo particolare, il senso di quell’incontro, che è sfuggito all’assessore lombardo Gallera che poteva semplicemente dirci che si sono ritrovati a contare i soldi e a contare i morti. Se c’era bisogno di qualcuno che scivolasse sull’argomento per raccontare apertamente la verità l’abbiamo trovato.

“Però ora non farei il processo alle intenzioni, bisogna salvare il salvabile, altrimenti saremo morti prima e saremo morti dopo”, dice Bonometti, come se i decessi tra Alzano e Nembro siano solo numeri su cui tirare una riga. Stupisce (no, in realtà non stupisce) anche l’indelicatezza con cui viene trattato un argomento così umanamente doloroso: non c’è niente, ci sono solo numeri, numeri, numeri.

E se qualcuno ha bisogno di conferme sull’attendibilità del personaggio ecco l’ultima chicca: alla giornalista che gli chiede come si spiega questi numeri enormi di contagio nelle zone densamente industriali risponde che la colpa è “una presenza massiccia di animali e quindi c’è stata una movimentazione degli animali che ha favorito il contagio”.

Buon mercoledì.

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