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Il 10 aprile di cinquanta anni fa, Paul McCartney intervistato dal Daily Mirror annunciò la fine del sodalizio artistico della band più celebre al mondo. Il racconto di una separazione “in bellezza”

“Paul is quitting the Beatles”. Paul sta abbandonando i Beatles. Questo titolo comparve a caratteri cubitali sulla prima pagina del Daily Mirror il 10 aprile 1970, esattamente 50 anni fa. La notizia arrivò così repentina da costringere il giornale a rivedere l’impaginazione già impostata, rimandando ad una breve intervista a McCartney che dichiarava in sostanza conclusa l’avventura della band probabilmente più famosa nella storia della musica leggera. In realtà quello era solo l’epilogo di una vicenda iniziata nella primavera del 1968, quando i quattro rientrarono scaglionati dal loro viaggio di meditazione in India, iniziato a metà febbraio. Laggiù Lennon e McCartney composero gran parte del White Album, e ognuno dei due diede dei suggerimenti all’altro sui brani, ma nulla di più.

Ormai conclusi i tempi dei lavori a quattro mani come “She Loves You”, “Tomorrow Never Knows” o “A Day in the Life”. Nell’agosto del 1968 durante le registrazioni in sala, infastidito dal clima opprimente dovuto all’atteggiamento direttivo di Lennon e McCartney, Ringo abbandonò definitivamente il gruppo e andò in vacanza in Sardegna in barca a vela con la famiglia, dove tra l’altro compose “Octopus’s Garden”. Ricevette un telegramma dagli altri tre e tornò ad Abbey Road dieci giorni dopo, ad attenderlo un caldo striscione di benvenuto e braccia sinceramente aperte. La faccenda rientrò. L’album bianco uscì nell’ottobre del 1968 ed è il primo in cui si può ravvisare la distanza che stava crescendo tra i quattro: è fatto noto che ognuno propose agli altri le proprie composizioni ricevendo pieno supporto strumentale, ma non molto di più.

A gennaio 1969 Paul avviò un nuovo progetto chiamato “Get Back”, che aveva l’intenzione di catturare il sound grezzo registrando in presa diretta e senza artifici, riportando il gruppo alle atmosfere live degli esordi, un ritorno alle origini non solo a livello musicale come del resto suggeriva il titolo. Idea grandiosa immediatamente naufragata per il clima pesante che si creò durante le prove, che raggiunse il culmine il 10 gennaio quando fu Harrison a lasciare temporaneamente la band a causa dei continui battibecchi con Lennon in quel periodo tossicodipendente e McCartney che voleva dare le direttive dell’intera operazione in maniera troppo autoritaria, relegando all’angolo alcune sue composizioni  (tra queste c’era anche “Something” !!). McCartney tempo dopo si scuserà più volte per l’accaduto, complice il clima negativo del momento. Ma ormai qualcosa si era incrinato. Il progetto fallirà, il materiale registrato in quei primi mesi del 1969 verrà rifiutato dal gruppo e messo nel cassetto, salvo essere ripreso un anno dopo dall’ingegnere del suono Phil Spector e pubblicato in album l’8 maggio 1970 con il titolo Let it Be, un mese dopo l’annuncio formale dello scioglimento, il che lo rende a tutti gli effetti un lavoro postumo… e uno dei fallimenti più di successo della storia discografica arrivando immediatamente al primo posto negli Stati Uniti e al secondo in Gran Bretagna.

Il vero ultimo album dei Beatles fu Abbey Road, sviluppato con brani che erano stati composti per lo più nel tardo 1968 e registrati in prima battuta insieme al materiale di “Get Back» nei primi due mesi del 1969. Successivamente i pezzi vennero rielaborati e arrangiati principalmente da Paul, il quale sviluppò praticamente tutto il lato B dell’album da solo. Fino ad arrivare a giovedì 7 agosto 1969, data dell’ultima registrazione in studio in cui furono presenti tutti e quattro i membri. Il pezzo ? Non poteva essere altro che “The End”, composizione di McCartney chiaramente riferita all’epilogo della band. Nel brano ognuno ha uno spazio per un assolo: dopo il primo verso «Oh Yeah ! All Right ! Are you gonna be in my dreams tonight ?» inizia Ringo con la batteria (unico suo assolo in tutta la discografia beatlesiana), poi tocca alle chitarre, prima Paul, poi George, infine John. Quest’ultimo, quel giorno presentatosi alle prove come ormai di consueto insieme a Yoko Ono, al momento dell’ingresso in sala le disse di aspettare, che quella volta sarebbe entrato da solo. L’ultima frase del brano, «And in The End the Love you take is equal to the Love you make», è un distico dal sapore shakespeariano, scritto per stessa ammissione dell’autore cercando di copiare lo stile del bardo.

L’album uscì nel settembre del 1969 riscuotendo un successo clamoroso e resistendo alla prova del tempo (ha compiuto 50 anni lo scorso settembre e ancora oggi è considerato tra i primi 20 album di tutti i tempi). In concomitanza con la sua pubblicazione Lennon annunciò informalmente agli altri tre che lasciava il gruppo, facendo però intendere che poteva non essere una cosa definitiva. Il resto è poca cosa, il 3 gennaio 1970 ci sarà l’ultima seduta di registrazione in tre senza John, poi solo vicende amministrative fino all’ufficializzazione a mezzo stampa del 10 aprile, e alla divisione formale a conclusione di una carriera che ha dell’incredibile: più di duecento brani composti in sette anni (una media di 30 canzoni l’anno), di cui almeno 50 ritenuti ormai degli standard reincisi da innumerevoli altri musicisti. I Beatles sono arrivati ad avere in classifica anche sette hit in contemporanea tra i primi dieci posti, cosa mai più ripetuta nel corso della storia della musica leggera. Ancora oggi rappresentano un fenomeno di successo così clamoroso che è divenuto oggetto di studio da parte di molte organizzazioni ed università.

Nel 2000, a trenta anni dal loro scioglimento, George Martin produsse un album celebrativo contenente tutti i loro numeri uno in classifica britannica o statunitense. Questa raccolta balzò subito al primo posto in moltissimi Paesi risultando l’album di maggior successo del nuovo millennio. Un riscontro di enorme portata al di là delle mode stagionali dovuto principalmente all’alchimia compositiva di Lennon e McCartney, che riuscirono a esaltarsi l’un l’altro con punte di sana competizione e di alta collaborazione, ma anche alla coesione del gruppo, fotografata mirabilmente da Graham Nash: “Li ho conosciuti nel 1959 quando ancora non erano i Beatles, credo che allora si chiamassero ancora Johnny and the Moondogs.

Anche all’epoca chiunque li conoscesse sapeva che avevano qualcosa di speciale. Era impossibile entrare nel loro cerchio, dove ognuno era in intima sintonia con gli altri tre». Questo potenziale fu intuìto dal manager Brian Epstein che lo rese commercializzabile per lo show business, che negli anni 60 ancora permetteva a chi lo volesse di conservare la propria genuinità. D’altro canto la capacità della band di esibirsi dal vivo e trasmettere energia era notevole, con aspetti tecnici e musicali annessi, merito della gavetta fatta negli anni della formazione grazie alla quale misero a punto quel sound caratteristico che poi riprodussero in sala di registrazione.

Questo grazie al lavoro “artigianale” di sovrapposizione delle diverse tracce, ad esempio quella degli assolo o di strumenti aggiuntivi con quella della base ritmica eseguita contemporaneamente da tre o quattro strumenti e a volte completa di voci guida di sottofondo. La voce solista veniva incisa a parte così come i cori e le seconde e terze voci che costruivano le linee melodiche in armonia. Altro asso nella manica fu il produttore George Martin, definito “il quinto beatle”, cui si deve una quota parte del loro successo. Per raccontare la prima di tante vicende, fu lui che nel 1963 presentò loro un brano ritenuto una hit sicura. I Beatles per tutta risposta rifiutarono per proporre la loro musica, precisamente “Please Please Me”, una composizione di Lennon. Martin accettò la sfida suggerendo però un arrangiamento del pezzo con un tempo più accelerato, che grazie a tale accorgimento raggiunse il numero uno in classifica. Per la cronaca, il brano scartato fu fatto incidere ad un’altra band, arrivando ugualmente in vetta, dimostrando che il produttore non era proprio uno sprovveduto.

Ultimo aspetto che ha contribuito a creare il mito fu proprio la modalità dello scioglimento, concluso tutto sommato in tempi brevi e senza strascichi o album di palese declino e scarsa qualità, come è avvenuto per molte altre band anche importanti. I Beatles si sono divisi mentre continuavano a riscuotere come agli esordi un successo planetario.

 

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