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Con la scusa dello stato di emergenza per motivi sanitari Viktor Orbán ha ottenuto sine die i pieni poteri dal Parlamento ungherese. Non solo. Nella cosiddetta legge Coronavirus sono stati introdotti reati incompatibili con il rispetto dei diritti umani, a cominciare da ulteriori limitazioni alla libertà di stampa. L’allarme di Amnesty international

«Da Viktátor a Diktátor», dice l’opposizione di Orbán in Ungheria. Il soprannome usato per Viktor Orbán durante le manifestazioni di piazza nel 2018 è diventato realtà nel Parlamento di Budapest il 30 marzo. Del resto è lo stesso Orbán da tempo a definire quella ungherese una «democrazia illiberale» muovendosi sempre abilmente entro i perimetri consentiti da una Unione europea la cui debolezza in questo momento storico sta facendo molto riflettere. Lo stato d’emergenza per la pandemia Covid-19 proclamato sine die suscita indignazione. Nell’introduzione del nuovo provvedimento votato il 30 marzo si legge della «possibilità di momenti di pausa dei lavori parlamentari» durante l’emergenza. Ma con questa scusa i pieni poteri voluti da Orbán rischiano di demolire i residui di libertà in Ungheria, dando uno schiaffo allo stesso tempo a tutta la storia della democrazia occidentale.

Il Parlamento di Budapest ha approvato con 137 voti a favore e 53 contrari il disegno di legge che conferisce pieni poteri al premier fino alla risoluzione dello stato d’emergenza Covid-19. Per l’approvazione di questo testo erano necessari due terzi dei parlamentari, cifra garantita dal numero dei parlamentari della coalizione di governo, alla quale si sono uniti anche alcuni dell’estrema destra del movimento Mi Hazánk (Patria Nostra), secessionisti dello Jobbik. Oltre al regime del sine die ha destato allarme la modifica dell’articolo 337 del Codice penale. Come denuncia Amnesty International Ungheria, si introducono «due nuovi reati incompatibili con le norme e gli standard del diritto internazionale dei diritti umani». Uno di questi prevede fino a cinque anni di carcere per chiunque diffonda informazioni false o distorte che interferiscano con «l’efficace protezione» della popolazione o crei «allarme e agitazione».

È necessaria una giusta lotta alla disinformazione quando si tratta di proteggere la salute dei cittadini ma, come ha affermato Dunja Mijatovic, commissaria per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, «alcuni governi la stanno usando come pretesto per introdurre restrizioni sproporzionate alla libertà di stampa», riferendosi proprio alle nuove leggi adottate da Russia e Ungheria. Mijatovic ha aggiunto che le misure per combattere la disinformazione devono essere «necessarie, proporzionate, e sottoposte a controlli regolari da parte dei parlamenti e degli organi nazionali per la difesa dei diritti umani». Secondo il Guardian si sono già verificati casi di giornalisti minacciati in Ungheria perché…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 10 aprile 

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