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Isolamento e distanziamento fisico per il bene collettivo hanno reso più evidente l’importanza della socialità e dell’amicizia. Che, afferma Pietro Del Soldà nel suo nuovo libro “Sulle ali degli amici, una filosofia dell’incontro”, è tutt’altro che rassicurante, essendo apertura verso l’altro, il diverso, verso ciò che è ignoto

Quando ha scritto Sulle ali degli amici, una filosofia dell’incontro (Marsilio), testo filosofico aperto alla lettura del presente, la pandemia non era ancora immaginabile. Ora, in questo difficile scenario il libro di Pietro Del Soldà ha assunto un senso ancor più cogente. «Ho finito di scrivere all’inizio di quest’anno e a ripensarci mi sembra tanto tempo fa», ammette il giornalista di Rai Radio3, studioso di filosofia e scrittore. «Ma sto anche realizzando che il tema forte del libro, cioè la proposta di un’idea di amicizia più profonda, coinvolgente e “politica”, sta acquistando sempre più attualità e concretezza». L’importanza dell’amicizia, non solo come fatto privato, «ora in questa surreale esperienza di immobilità, incertezza e distanziamento sociale solo in parte mitigata dal “buon uso” di smartphone e tablet, si è resa più evidente. La crisi è anche questo: è visione del cuore pulsante della nostra vita e dei problemi veri».

La pandemia ha reso evidente a tutti la centralità del “noi” e del senso della collettività. Ha messo in luce la nostra interdipendenza, il fatto che nessuna persona è un’isola e l’importanza della tutela della salute come bene pubblico.
Oggi ci rendiamo conto che siamo espressione di un corpo sociale. Non siamo solo cittadini di una democrazia che garantisce la libertà individuale, in gioco c’è dell’altro: la sfera pubblica entra prepotentemente nelle nostre case, nell’intimo delle relazioni, le condiziona, addirittura le impedisce. La sfida per ciascuno di noi consiste nel non vivere tutto questo solamente come una colonizzazione del nostro spazio.

Anche la parola “libertà” va ripensata?

Dobbiamo reagire capendo che la libertà non ha senso senza la responsabilità. Questo oggi ci è richiesto: essere responsabili, dare cioè risposta all’appello che viene da fuori. Possiamo scoprire che è falsa l’idea, pur molto rassicurante, secondo la quale ogni gesto che compiamo è reversibile, per lo più non rilevante perché ci scivola addosso come l’acqua sulla pelle. Oggi, al contrario, capiamo che in ogni azione ne va di noi stessi. Cade così quel diaframma che “prima” separava l’io più profondo, privato e quasi nascosto, dalle azioni che compiamo nel mondo esterno. E l’aspetto ancor più illuminante di questo periodo è che, proprio mentre riscopriamo il peso e l’irreversibilità delle nostre azioni, ci ricongiungiamo al corpo sociale di cui siamo parte e che dipende da ogni nostro gesto per la sua sopravvivenza.

Aristotele sosteneva che l’uomo è animale politico. Queste settimane di isolamento e distanziamento come responsabilità verso gli altri sconfessano pienamente il pensiero neoliberista fondato sull’assunto thatcheriano: «Non esiste la società esistono gli individui»?

L’individuo “thatcheriano”, lanciato in una corsa solitaria verso una felicità tutta sua, che vede gli altri come competitor o come spettatori (on line e off line) delle sue performance, è il mito su cui si fonda la società in cui viviamo. Ma in realtà è frutto di un errore di prospettiva che ci impedisce di essere davvero unici e diversi. Quell’individuo, considerando la relazione (d’amicizia ma non solo) come strumento per perseguire obiettivi personali, non sa vivere la relazione come orizzonte esistenziale, in cui soltanto può prender forma la sua vera natura. Solo gli amici, nel senso dei philoi di cui parlano gli antichi, proprio in quanto vivono l’uno per l’altro, riescono anche a differenziarsi. L’individuo thatcheriano, al contrario, è un modello stereotipato, che induce al più radicale conformismo.

L’amicizia è disinteressata. È una scelta libera non  vincolo di sangue. Non è esclusiva, non ha a che fare con il calcolo, con l’utile, «è anti-economica», tu scrivi. In certo senso scardina l’antropologia capitalistica incentrata sull’homo oeconomicus?

L’homo oeconomicus ottimizza i mezzi secondo una razionalità calcolante che pensa solo al fine individuale da perseguire, ogni cosa viene ricondotta al suo incessante calcolare. Ma l’oikonomia, in realtà, è l’amministrazione della casa, oikos, che non può essere estesa fino a coincidere con la polis: farlo (è proprio quello che facciamo noi da molto tempo) è un errore. L’amicizia a cui io penso è invece una forza che mi apre, mi espone al “pericolo” del contatto con l’altro, e che richiede da me la dispersione delle certezze consolidate, dei tesori (di fama, di sicurezza, di tranquillità) accumulati sin qui. L’amicizia vera mi mette in gioco, mi mobilita, non m’acquieta ma m’inquieta, esponendomi così però all’esperienza della felicità più grande.

Potrebbe essere proprio l’amicizia, intesa anche come rapporto orizzontale, solidale, di reciprocità una delle chiavi per la tenuta sociale oggi e per la ripresa?

Sì, se però la intendiamo non come una solidarietà tra “simili” per fare gruppo contro i diversi, contro gli untori. L’amicizia a cui penso è anzi una forza che abbatte i fortini dell’io narcisista, competitivo, performativo, e del noi sovranista che vede gli altri come minacce. L’amicizia come apertura e come consapevolezza che siamo parti di un destino comune è la chiave per ripartire. Quest’amicizia, insegna del resto Aristotele, è il vero «cemento della polis», «che i saggi legislatori tengono persino in maggior conto della giustizia».

In questi drammatici mesi abbiamo visto moltissimi gesti di solidarietà, dalla spesa sospesa, ai concerti sui balconi. Sono gesti che hanno a che vedere più con l’amicizia per come tu la definisci a partire da Socrate e Aristotele che con la carità. Cosa le distingue?

La carità è amore del prossimo “attraverso Dio”, è amore dell’uomo in quanto uomo, non fa distinzioni, non si sofferma a conoscerlo, a esperirne il carattere. L’amicizia è invece conoscenza, è anzi l’unica via possibile per conoscere non solo l’altro ma anche noi stessi. Sono amori diversi che però non si escludono bensì, al contrario, possono coesistere e cooperare. L’amicizia vissuta come rapporto esclusivo, che volta le spalle alla comunità di cui gli amici fan parte, nega se stessa. Oggi vedo molta voglia di rapporti profondi, basati sulla condivisione dei pensieri e delle emozioni più importanti (e questa è l’amicizia vera che stiamo riscoprendo nella crisi), e pure molta voglia di aiutare chi non conosciamo e non conosceremo mai (la spesa sospesa ne è un esempio perfetto). Dobbiamo impegnarci affinché quando, passata la paura, la fase 3 (grazie al vaccino) ci restituirà alla normalità, tutto questo non scivoli via insieme alla paura del Covid-19.

L’amicizia arricchisce la vita interiore e affettiva, ha a che vedere con l’apertura verso l’altro, il diverso, lo sconosciuto, «non è comoda», è un «gioco serio», è dialogo e dialettica. È una dimensione dinamica che stimola la ricerca e la conoscenza?

L’amicizia vera non è solo un volersi bene affettuoso e rassicurante. Il mio libro si apre con la morte di Socrate, il quale accetta la condanna a morte e rifiuta la possibilità di salvarsi andando in esilio (cioè verso una vita non più “politica”), mentre i suoi amici più cari non si danno pace, cercano di convincerlo a fuggire e poi si disperano. Le loro lacrime, per noi segno di affetto sincero, sono invece per Socrate la prova del fatto che quegli uomini non sono ancora all’altezza della vera amicizia. L’amicizia richiede apertura di sé e impegno, richiede fatica, è una «messa in pratica del bene» non assicura ma ci espone anzi alle forze più impetuose e più creative. Quelle forze si agitano anche dentro ciascuno di noi, anche se spesso le ignoriamo per quieto vivere, pigrizia o paura: l’amico è colui che mi rimette in contatto con esse, tira fuori la mia energia creatrice e mi consente di darle piena espressione. Per questo definiscono l’amicizia una con-creazione.

La bellezza salverà il mondo diceva Dostoevskij, in che modo bellezza e amicizia si legano?

Socrate dice a un certo punto «ciò che è amico è il bello, e come il bello, così l’amico non si lascia definire, ci sfugge di mano perché è scivoloso e lucente». Paradossale come sempre, Socrate ci invita a pensare l’impensabile: bellezza e amicizia hanno la stessa fonte, sono esperienze di quell’armonia dinamica delle passioni che solo insieme agli amici posso davvero sperimentare, e verso la quale sono sospinto dall’incontro con la bellezza terrena (un’opera d’arte, un paesaggio, il volto di una persona) che “mi mette le ali” e mi eleva oltre la paura, la noia e il disgusto. Frasi enigmatiche, che nel libro “sciolgo” mettendole alla prova con esempi concreti del mio rapporto con la bellezza della letteratura e della pittura.

Molti pensatori antichi consideravano l’amicizia come un valore fondante della polis, come è avvenuto che abbia preso il sopravvento un’ideologia feroce come quella proposta da Hobbes e che sopravvive oggi in teorie nazionaliste, sovraniste basate sulla costruzione del nemico?

La concezione dell’altro come un nemico non si esprime solo nel sovranismo. Anche l’individualismo esasperato si oppone all’altro (come singolo e come Stato). Se vogliamo davvero contrastare il successo dell’inimicizia nella politica contemporanea, dobbiamo anche ripensare quanto dell’opposizione amico-nemico, tipicamente espressa nel ’900 da Carl Schmitt, sopravviva nel cuore delle nostre democrazie avanzate.

L’amicizia fra i popoli, la collaborazione a livello internazionale sono assolutamente necessarie per battere il virus. Il sovranismo fallisce completamente di fronte all’emergenza che stiamo vivendo?

La cooperazione internazionale è la chiave per uscirne, e in questo senso l’esperienza della collaborazione scientifica a livello globale per trovare farmaci efficaci e un vaccino costituisce un modello da “esportare” oltre i confini della scienza, negli ambiti ben più conflittuali dell’economia e della geopolitica. È la sfida che abbiamo di fronte: possiamo vincerla o perderla, dipende da noi, da tutti noi, nessuno escluso.

Da ultimo una domanda al conduttore e autore di Tutta la città ne parla: la radio, intesa come servizio pubblico, in questo momento è una “voce amica” che può aiutare, portando nelle case informazione, ma anche strumenti per la didattica, rompendo il guscio dell’isolamento fisico?

Nel libro dedico alcune pagine alla “amica radio”. La radio (il mezzo di comunicazione più affidabile per il pubblico europeo) riscopre oggi una nuova vita e funzione. A Radio3 ci siamo resi conto che le nostre parole e i nostri suoni “nudi”, non rivestiti da immagini, non sono stati sommersi dall’esplosione mediatica del coronavirus. Abbiamo dato molto spazio alla competenza di chi ne sa di più e all’esperienza delle persone coinvolte che, con i loro messaggi, si sono rivelate “autori” al nostro fianco. E poi, come sempre, abbiamo dato spazio alla bellezza, intesa non come fuga dalle bruttezze del mondo ammalato (sarebbe come l’esilio di Socrate), ma come cura, come terapia per la nostra sofferenza e preoccupazione, per elevarci insieme a pensare un mondo migliore.

L’intervista prosegue su Left in edicola dal 10 aprile 

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