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In questi giorni si parla spesso di Camus e Saramago, oltre che, ovviamente, di Manzoni e Boccaccio. Ma la percezione letteraria delle epidemie non può eludere Tucidide e Lucrezio….

Gli studenti, diceva al principio del Duecento il dotto cistercense Elinando di Froidmont, non stanno mai fermi. «Percorrono il mondo intero e studiano le arti liberali a Parigi, gli autori classici ad Orléans, la giurisprudenza a Bologna, la medicina a Salerno, la magia a Toledo e non imparano i buoni costumi in nessun luogo». Al netto della tirata moralistica, la rivoluzione universitaria medievale vede nella mobilità un imperativo categorico. Per formarsi bisogna spostarsi.

In questi giorni terribili possiamo riflettere sul fatto che proprio il medioevo abbia inventato tre istituzioni che fanno da midollo spinale del mondo moderno e civile – l’università, l’ospedale, il Comune. E che l’università sia ora costretta a negare per qualche tempo la sua natura dinamica, insegnando da ferma. Anche se non siamo contagiati o non abbiamo parenti o amici colpiti dal virus, stiamo comunque sperimentando una fortissima limitazione della libertà di movimento e di relazione; e come docenti, la difficoltà di svolgere il nostro mestiere nella chiusura simultanea di aule, biblioteche, archivi, musei, luoghi della cultura in genere. E non c’è torre d’avorio che possa farci sentire meno diminuiti da questa ondata di morti. Insegnare diventa difficile non solo perché non si è in aula, ma ancor più perché bisogna trovare le parole adatte al giorno e all’ora. La sospensione forzata potrà servire a farci riflettere – non solo noi universitari, ma tutta quella società che si reputi civile – su quanto spazi e istituzioni come quelle siano indispensabili alla nostra vita, e quanto la loro chiusura incida sul funzionamento di un Paese. E magari a indurre la politica a ragionare sulla necessità fisiologica di investire seriamente sulla ricerca e sull’istruzione. Ma anche al senso della nostra missione.

Da oltre un mese stiamo riflettendo, con responsabilità mista a smarrimento, su come possiamo svolgere il nostro ruolo di fronte a una simile emergenza. Non a caso ho adoperato la metafora eburnea per alludere all’isolamento dell’intellettuale: in questo momento sto tenendo un corso sugli avori medievali e più volte mi sono chiesto che senso abbia parlare di oggetti magnifici ma così lontani da noi quando le nostre vite stanno cambiando così profondamente. Ma vite, città, paesaggio e mondo sono impregnate di immagini anche remote. Per quanto ci possa sembrare bizzarro, noi siamo quel che siamo anche perché mille anni fa un genio rimasto anonimo ha intagliato nell’avorio la coperta del Codex Aureus di Echternach, facendo del Crocifisso una maschera di umanità sofferente che mai si era vista, e la matrice di molte cose che si vedranno. E proprio riscoprendo e rileggendo questa identità maturata nel tempo possiamo trovare spunti e occasioni per non perdere un senso della storia che ci aiuti a relativizzare quel che sta accadendo con tutta la lucidità necessaria. Relativizzare non significa minimizzare, ma variare punti di riferimento e pietre di paragone. In questi giorni si parla spesso di Camus e Saramago, oltre che, ovviamente, di Manzoni e Boccaccio. Ma la percezione letteraria delle epidemie non può eludere Tucidide e Lucrezio.

Legittimo domandarsi quale sia il modo migliore di seguitare a far didattica, ma in fondo anche se si possa riconoscere agli storici dell’arte un ruolo specifico in questo frangente. Tanto più che la materia prima delle nostre ricerche non è al momento accessibile. Ma dobbiamo liberare subito il campo da un equivoco che potrebbe diventare pernicioso anche in tempo di pace: le lezioni a distanza, soprattutto nel comparto umanistico e a maggior ragione in quello storico-artistico, sono surrogati palliativi che non potranno mai sostituire il calore, la vitalità e l’interattività di una lezione in aula, seminariale o frontale che sia, e tanto meno una visita mirata davanti all’opera. Pernicioso perché la didattica digitale può incontrare fervidi estimatori anche passata l’emergenza. E quindi provocare rimodulazioni dell’offerta formativa che siano ispirate dall’adesione a un formato ritenuto più moderno e flessibile – in nome di una malintesa idea di aggiornamento – e non da progetti condivisi maturati all’interno della comunità scientifica. Ma resta che in questa fase dobbiamo saper sfruttare al meglio il privilegio di seguitare, nel blocco generale del Paese, ad aiutare centinaia di migliaia di giovani italiani (e di riflesso tutti coloro che entrano in contatto con loro) a farsi contagiare dal virus benigno della riflessione: l’argine culturale e psicologico di ogni pandemia. Ecco: anche gli avori medievali servono a rimanere aperti per pensare. E a restare vivi e umani

I nostri atenei si sono attivati con modalità differenti, secondo l’attrezzatura tecnologica di ciascuno, per garantire forme varie di didattica a distanza. In questa prima fase si sono seguite in genere due vie: lezioni tenute interamente in diretta, anche in un’aula vuota, ma comunque pubblicate su piattaforma digitale (una prassi che le ulteriori restrizioni credo abbiano sospeso quasi dappertutto); ovvero caricamento su piattaforma di presentazioni in powerpoint con registrazioni audio, o anche di soli file audio. Una soluzione veloce e funzionale, che tuttavia impedisce ogni interattività. Più sofisticata, e ancora bisognosa di rodaggio da parte di docenti non sempre avvezzi a questo sistema, è una lezione in videoconferenza, in cui gli allievi possono interagire in chat ed eventualmente prendere la parola. Sia i docenti che i discenti stanno prendendo confidenza con i mezzi strada facendo, nell’ipotesi, ormai sempre più concreta, di arrivare a giugno senza più tornare in aula. Stiamo tutti imparando ad imparare, insomma.

Infatti la modalità di insegnamento “da remoto” cambia anche quando sembra somigliare alla classica lezione frontale, ma cambiano eccome anche le modalità di apprendimento, che tende a diventare un fritto misto di pezzi e bocconi. Come quando guardiamo un film in dvd e lo interrompiamo dove e quando ci pare, e così lo riprendiamo e lo rivediamo. Tra l’opera d’arte e lo studente si crea una doppia mediazione, perché il docente è un mediatore che si avvale di strumenti riproduttivi, come le proiezioni. Ma in questi casi abbiamo mediazioni di mediazioni, e per giunta parcellizzate. E per un po’ di tempo gli originali sono negati alla vista. Molti capolavori d’avorio stanno a quattro passi da noi, al Museo del Bargello, ma non possiamo fisicamente avvicinarli.

Al netto dei formati digitali, sono anche i contenuti a dover venire rimodulati, proprio a causa della specificità dei mezzi di comunicazione. Dobbiamo in realtà tornare a ragionare anche su cosa comunichiamo. Andare subito al sodo, correndo il rischio di essere troppo assertivi e poco dubbiosi. E valorizzare quel che riteniamo davvero importante, senza perdere di vista una bibliografia che a sua volta sarà condizionata dalla chiusura delle biblioteche. Vale anche per noi: si lavora con quel che si ha sui propri scaffali, o nel pc. O si trova sul web o su banche dati. Per questo una buona didattica deve combattere pure il rischio dell’isolamento e dell’autoreferenzialità. Come la ricerca, anche la didattica si costruisce infatti nella condivisione dialettica del sapere. Non possiamo comunicare l’avvitamento sul nostro ombelico.

In questa prospettiva la distanza dalle aule e la rinuncia forzata a visite sul campo, viaggi e convegni possono esserci di stimolo ad affinare una didattica che sia comunque efficace, e intanto a ripensare oggetti e metodi della disciplina, a ritrovare una dimensione di ascolto. E pure a riguadagnare il beneficio di una lentezza che può servirci a ripartire con altra consapevolezza del nostro ruolo. Nei primi giorni dell’emergenza ci siamo illusi che i musei restassero aperti, incoraggiando il ricorso all’arte anche come antidoto all’alienazione e alla paranoia, oltre che come strumento privilegiato per comprendere il mondo e alimentare identità e senso di comunità. Ma forse proprio la distanza rende ancora più importante la dimensione etica del nostro lavoro, la funzione sociale del fare storia dell’arte. Proprio l’emergenza può aiutarci a ritrovare uno spirito di comunità interattiva che non sempre sappiamo coltivare nella quotidianità frenetica del tempo normale (e a rallentare il tempo, quando tutto sarà finito). E predisporci a nuovi e più consapevoli viaggi. Intorno al 1120 Ugo di San Vittore distillava la propria esperienza di docente in un manuale intitolato Didascalicon, e ribadiva che il bravo studente deve fare esperienza all’estero, perché la stessa dimensione interiore va esplorata nella luce dei diversi contesti, e non del proprio studiolo.

«È molto sensibile l’uomo che sente ancora la dolcezza della terra natale, è già forte colui che sa fare di ogni luogo la sua nuova patria, ma è veramente perfetto nella virtù colui che valuta tutto il mondo come un luogo d’esilio. Il primo ha fissato il suo amore in una parte della terra, il secondo lo ha distribuito in molti luoghi, ma il terzo ha annullato in sé stesso l’amore del mondo». Nell’attesa che ripartano treni e aerei, possiamo intanto fare quel che suggerisce Ugo nella nostra mente, attraverso relazioni umane che devono diventare ancor più profonde. Perché sono voci come queste, e non la nuova peste nera, a rendere il medioevo attuale.

L’articolo è stato pubblicato su Left del 3 aprile 

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