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Più si anticipa l’uscita dalla fase 1 e più si rischia una seconda ondata di infezioni. Quindi, sorveglianza epidemiologica attiva sul territorio che vuol dire: individuazione dei positivi, isolamento, trattamento precoce e tracciamento immediato dei loro contatti

In questa magmatica situazione, inondati da informazioni di ogni genere e qualità, presi dal legittimo desiderio di tornare almeno ad una parvenza di vecchia normalità può essere difficile identificare gli elementi che ci consentano di inquadrare più correttamente la situazione. Ci sono alcune certezze, molte cose dubbie e troppe cose che non sappiamo. Cerchiamo di individuare alcuni degli elementi più importanti per le nostre opinioni.

Le cose certe
Siamo ancora nella fase 1 e la fase 2, a meno di pericolose forzature, non è dietro l’angolo; la discesa dei numeri è ancora troppo lenta e non è trascurabile il rischio di una micidiale seconda ondata che ci costringerebbe a stare a casa per ancora più tempo e ucciderebbe molte altre persone e l’economia. Informazioni un po’ più precise sono quelle delle singole regioni che però viaggiano con tempi e valori diversi e sono tutte ancora molto vulnerabili; la media italiana è troppo condizionata dalla Lombardia e quindi poco significativa ma comunque dà un’idea di ciò che accade. Sottostimati a volte alcuni aspetti (le morti ed i contagi). Non si può gestire bene nulla senza dati sufficienti ed affidabili.

Il numero dei tamponi è particolarmente delicato; farne pochi significa, tra l’altro, tenere artificialmente basso il numero dei positivi e delle morti. La scelta e la responsabilità politica e tecnica rispetto a dove farli ed a chi farli è esclusivamente regionale e locale. È fuorviante considerare solo il loro numero sull’intera popolazione; deve essere invece normalizzato (tamponi / 100.000 abitanti); evidente che i 10 milioni di abitanti della Lombardia non sono i 320.000 del Molise. Il numero dei posti letto liberi in TI detto così significa molto poco; servono altri dati (che forse non avremo mai) tra cui anche quelli scabrosi relativi ai criteri di selezione dei pazienti da non ricoverare in TI. La lenta discesa della curva significa che il contrasto attivo al virus sul territorio è ancora debole e insufficiente e che le misure collettive e individuali di contenimento, non essendo quelle cinesi, sono ancora lente.

La strage di sanitari in ospedale e nel territorio e l’enorme numero di contagiati poteva essere in gran parte evitata con una corretta gestione delle protezioni e dei tamponi; la responsabilità non ha scusanti ed è tutta regionale e aziendale.  L’autonomia regionale in ambito sanitario ha dimostrato tutto il suo fallimento; i molti modi di fare le stesse cose hanno fortemente condizionato la capacità di risposta all’epidemia anche in termini di contagi e morti. Evidentissima l’insofferenza di alcune regioni alle disposizioni nazionali salvo pretendere risorse anche a discapito di altre regioni; sovranismo becero in salsa regionale.

Il territorio
La sanità territoriale è l’elemento più vulnerabile e sottovalutato di tutto il sistema; la sua diffusa inadeguatezza ha compromesso la funzione di barriera alla diffusione del virus, il trattamento precoce dei pazienti, la sorveglianza delle Rsa e la protezione degli ospedali. I risultati delle poche eccezioni lo confermano ulteriormente. Puntare solo sul potenziamento degli ospedali e delle TI ignorando il territorio è stato colpevolmente e palesemente perdente. Fondamentale per uscirne dalla situazione è la sorveglianza epidemiologica attiva: individuazione dei positivi, isolamento, trattamento precoce e individuazione dei contatti e per ognuno di questi ripetere il ciclo; l’Oms lo dice da decenni. La chiusura ed il distanziamento sociale hanno funzionato. Potevano fare di più se ci fossero stati meno furbi, un senso civico diffuso e se alcune attività industriali fossero state chiuse davvero e prima; gli opposti estremi di Codogno, Vò e Bergamo confermano e dovrebbero insegnare molto.

L’industria in questa storia ha ancora oggi un ruolo spesso negativo per la finta incapacità di comprendere che la salute viene sempre prima degli affari; gli evitabili e tragici fatti della bergamasca speriamo siano almeno da monito per la fase 2. Un vigile compromesso, che non può però essere suicida, è realisticamente necessario anche per salvaguardare il lavoro e l’economia. Con questi numeri non si può oggi pensare ad una fase 2 imminente; più la si anticipa più è alto il rischio di seconda ondata. Programmarla su dati attendibili è fondamentale; lo si sta facendo ma non sappiamo come; cedere alle pressioni di parte ed a vecchie idee vanificherebbe tutto, per questo un po’ di trasparenza sarebbe salutare e doverosa.

Ci sono stati errori; a livello regionale soprattutto strategici, di pianificazione organizzativa, di verifica; a livello nazionale di tempistica, eccessiva mediazione e debolezza a pressioni. La responsabilità di ciò che accade negli ospedali e nel territorio è di esclusiva pertinenza regionale. Il governo e il ministero della Salute emanano disposizioni di massima che sono la cornice entro cui ogni regione può e deve muoversi per applicarle, fermo restando il potere di aumentarle (ma non di diminuirle). Lo Stato con la Protezione civile cerca in tutti i modi di aiutare le Regioni a reperire materiali e personale. Sono quindi completamente pretestuosi e fuorvianti i vigliacchi scarichi di responsabilità di alcune regioni.

Il modello lombardo ospedalocentrico, fortemente privatistico con un territorio debolissimo si è dimostrato un fallimento. L’aumento notevole dei posti di TI e l’immane sacrificio del personale non ha impedito la loro saturazione e la temuta selezione dei pazienti da ricoverare. L’ospedale (che non è un ospedale!) in Fiera è la cosa tecnicamente più insensata ed economicamente più fallimentare di tutta questa epidemia; solo un caso? Stante il certo perdurare della circolazione del virus per gestire al meglio i milioni di malati ad esso più vulnerabili (cronici, anziani e disabili) serve una rapida riorganizzazione dell’assistenza da centrare ancora più sul territorio e su percorsi rigidamente separati. I malati di tutte le altre patologie non sono magicamente spariti e nel frattempo non sono di certo migliorati; devono essere rapidamente rivalutati e ripresi in carico. Il personale sanitario ha dato una risposta ovunque eccezionale pagando un prezzo altissimo in termini di morti, malati e contagiati la cui responsabilità quasi completa e senza alibi alcuno è a carico delle regioni e delle Asl soprattutto per la carente e tardiva protezione del personale.

Le cose dubbie
I test sierologici cosiddetti “rapidi” al dito sarebbero utili ma non sono ancora ben validati (troppi falsi positivi e falsi negativi per prendere decisioni minimamente sicure); pericoloso il fai da te via internet. I test sierologici con classico prelievo di sangue vanno un po’ meglio e sono in corso di avanzata validazione. Pensare ad un test che a breve termine dia un lasciapassare per lavorare e uscire di casa è decisamente prematuro. I test hanno grande valore per studi sulla popolazione ma sono ancora di scarsa utilità per il singolo. Secondo picco. È possibile; dipende solo dai nostri comportamenti personali, da quelli delle altre persone e da come si muoveranno i nostri governanti soprattutto regionali. Determinante sarà il ruolo dell’industria e dei controlli per l’osservanza a tutti i livelli delle disposizioni di sicurezza a seguito delle riaperture; una grande criticità i trasporti pubblici.

Le cose che non sappiamo
Non sappiamo quando finirà. Conviveremo per un bel po’ di tempo con il virus e quindi con le restrizioni anche se variamente attenuate; il virus difficilmente sparirà ma non sappiamo quanto sarà virulento e diffuso. Ogni previsione è viziata dal non sapere quanto durerà l’immunità dopo la malattia e quando si raggiungerà l’agognata immunità di gregge. Non sappiamo quanto enorme sarà la ricaduta reale sull’economia e sull’occupazione, cosa farà l’Europa e se saremo soli. Non sappiamo se riusciremo a superare le spinte regionalistiche e gli interessi privatistici per spostare sul territorio il baricentro dei sistemi sanitari per meglio difenderci dai contagi. Non sappiamo se noi stessi saremo contagiati; dipenderà molto dalla nostra intelligenza ma sempre troppo anche dagli altri. Non sappiamo come saremo e faremo noi egli altri tra qualche mese, come cambieranno le nostre vite e molte cose nel mondo. L’impatto sulla società e sull’economia potrebbe rendere moltissime cose variamente diverse per un periodo non breve. Sicuro invece che lo stile di vita precedente per qualche tempo ancora sarà un ricordo. Come dice Giulio Cavalli siamo talmente concentrati sul quando finirà la fase 1 che non pensiamo a come sarà la fase 2; le sorprese non mancheranno. Spero di essere stato più realista del re.

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Quinto Tozzi è cardiologo; già responsabile di terapia intensivista cardiologica e direttore ufficio Qualità e rischio clinico dell’Agenzia sanitaria nazionale (Agenas)

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