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C’è vita oltre il Mes. Se il Pd prendesse coraggio, potrebbe costruire una alleanza trasversale a sostegno di questa proposta e far emergere tutte le contraddizioni del Movimento 5 Stelle che – ben sfidato – difficilmente riuscirebbe a tirarsi indietro.

In questi giorni imperversa il dibattito intorno alle virtù o ai vizi del Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Di che cosa stiamo parlando esattamente? Di un possibile prestito vincolato, nella destinazione, del valore del 2% del Pil italiano (circa 36 miliardi) da rimborsare entro dieci anni. Gli alfieri e i detrattori si sono concentrati su argomentazioni di convenienza economica (perché rinunciare ad un prestito concesso a tassi agevolati in un momento di bisogno?) o di rischi per la sovranità nazionale (non dobbiamo legarci mani e piedi ad un meccanismo che ci imporrà decisioni dall’alto). Non è questo però il modo migliore di affrontare la questione perché preliminarmente si pone un’altra domanda: vista la necessità di risorse per contrastare gli effetti negativi del Covid-19, quali sono le altre opzioni disponibili?

Il 10 aprile è stato proposto un contributo straordinario dai deputati Delrio e Melilli, ma dopo l’affossamento di Prodi (14 aprile) pare che l’iniziativa sia caduta nel dimenticatoio. Anche se venisse ripresa sotto forma di emendamento al decreto legge ‘Cura Italia’, non pare comunque essere sufficiente a coprire il mancato gettito del Mes: secondo gli stesi proponenti, il gettito atteso ammonta a 1,3 miliardi annui (Il Sole 24 Ore, 11 aprile). Inoltre, il limite strutturale della proposta Delrio-Melilli risiede nel fatto che il ‘contributo straordinario di solidarietà’ ricadrebbe solo sui contribuenti Irpef con un reddito superiore a 80.000 euro annui. Perché considerare solo i redditi in un paese in cui l’evasione e l’elusione fiscale sono particolarmente elevati? Data l’emergenza, per evitare di contrarre ulteriore debito pubblico (o aprire una linea di credito nell’ambito del Mes) la strada da percorrere è un’altra: un contributo di solidarietà che gravi in modo progressivo sul patrimonio di tutta la collettività. Un provvedimento che consentirebbe a tutti di ‘fare la propria parte’ a partire da principi di solidarietà e giustizia sociale.

Secondo un recente rapporto curato da Aipb (Associazione Italiana Private Banking) e dal Censis, contando il totale di Biglietti, monete e depositi, titoli obbligazionari, quote di fondi comuni e riserve assicurative e garanzie standard, nel 2018 il totale delle attività finanziarie detenuto dalla famiglie italiane era pari a 4.217 miliardi di euro: 2,5 volte circa il Pil italiano. Si tratta, evidentemente, di una quantità ingente di risorse, frutto di anni di risparmi, e che rappresenta il risultato di uno sforzo personale e familiare meritevole di rispetto e di salvaguardia.
Tuttavia, nel momento di assoluta emergenza che stiamo vivendo, un contributo straordinario – che pesi su tutta la comunità politica italiana in modo proporzionale alle proprie disponibilità finanziarie – costituirebbe una risposta collettiva che tradurrebbe lo slogan ‘andrà tutto bene’ in un impegno unitario volto al superamento dell’emergenza. Un impegno che cementerebbe – tra le altre cose – il senso di appartenenza allo stato-nazionale e, perché no, l’orgoglio nazionale.

Una volta accettato il principio di solidarietà sottostante la proposta, tre sono i possibili scenari, che muovono da diverse aliquote di tassazione: 1%, 3%, 5%. Con un’imposta straordinaria dell’1% si riuscirebbe – in tempi molto rapidi – a recuperare approssimativamente una cifra di 40 miliardi: più di quanto si otterrebbe col Mes. Tale contributo consentirebbe al debito italiano – che comunque crescerà a causa del rallentamento dell’economia – di incrementare il meno possibile. Un’imposta straordinaria del 3% (che determinerebbe un gettito di circa 120 miliardi) consentirebbe di tamponare l’emergenza, e avviare in modo spedito la ripresa economica nel corso del secondo semestre 2020. Un’imposta straordinaria del 5% (gettito previsto di 200 miliardi circa) potrebbe dare molto più slancio alla ripresa, tanto da rendere possibile anche una riduzione del debito pubblico – che verrebbe senz’altro molto apprezzata dai mercati. Tale contributo resterebbe straordinario ma consentirebbe anche di avviare un rilancio dell’economia italiana a partire da interventi in linea con gli obiettivi dello sviluppo sostenibile e oltre.

Tre scenari di solidarietà condivisa che richiederebbero, evidentemente, una discussione molto più approfondita sotto il profilo tecnico rispetto a quanto non si possa fare in questa sede, ma che potrebbero costituire una risposta originale in termini di sforzo collettivo – proprio ciò che, in altri modi, ci viene richiesto dall’emergenza sanitaria in corso. Anche nel caso dello scenario minimo si dimostrerebbe che l’Italia può (cominciare a) farcela da sola. Comprensibilmente, proprio come è successo alla proposta Delrio-Melilli, la lotta politica farebbe della proposta un campo di battaglia, e quindi essa non sarebbe accettata da tutti i partiti. Tuttavia, potrebbe rappresentare un gioco a somma positiva, mobilitando fattivamente la comunità politica italiana per il raggiungimento di un grande risultato collettivo: contenere, con le proprie forze, l’impatto socio-economico della crisi. Se il Pd prendesse coraggio, potrebbe costruire una alleanza trasversale a sostegno della proposta e far emergere tutte le contraddizioni del Movimento 5 Stelle che – ben sfidato – difficilmente riuscirebbe a tirarsi indietro. Altri partiti (forse anche dell’opposizione) potrebbero essere coinvolti, in modo da superare i dubbi – molto difficilmente trasformabili in un sostegno – da parte di Italia Viva.

Le obiezioni alla proposta possono essere numerose, ma soffermiamoci su quella potenzialmente meglio fondata: le deboli capacità amministrative delle istituzioni pubbliche italiane. E’ noto che, in termini comparativi, l’amministrazione pubblica italiana a volte ha sofferto in termini di efficienza ed efficacia. Per contenere il rischio, nel caso del contributo straordinario, si potrebbe ipotizzare – in linea con ciò che il governo ha già deciso di fare attraverso l’istituzione di un Comitato di esperti presieduto da Vittorio Colao – un comitato tecnico di sorveglianza formato da tecnici (non retribuiti) che possa vigilare sull’utilizzo delle risorse raccolto attraverso il contributo di solidarietà e, soprattutto, coordinare l’interazione tra i vari livelli di governo coinvolti nell’attuazione della politica. Inoltre, il disegno del provvedimento potrebbe essere tale da favorire le interazioni istituzionali multilivello, rafforzando principi cardine delle riforme amministrative degli ultimi decenni: la responsabilizzazione, la gestione per obiettivi e la valutazione dei risultati. Un banco di prova che potrebbe far esaltare tutto ciò di buono che la pubblica amministrazione – in stretto collegamento con un comitato tecnico di sorveglianza – ha da offrire.
La proposta qui abbozzata non deve essere rubricate rozzamente come ‘patrimoniale’, ma con il suo vero nome: giustizia sociale. E di giustizia sociale – oltre che di solidarietà – oggi abbiamo un gran bisogno.

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Paolo Graziano e Marco Almagisti sono docenti di Scienza politica all’Università di Padova

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