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Ero adolescente, oggi ho 92 anni. Posso ricordare e riflettere sul significato che quel 25 aprile ebbe per tutti noi, antifascisti ed esuli in Argentina dopo le leggi razziali del ‘38, la fine di quel bieco ventennio e, ovvio, con la Liberazione, la nascita in Italia della Repubblica democratica. Tutto questo, per noi ancora ragazzi, investiva i nostri sogni, idee ed impegni politici tesi alla costruzione di un mondo più giusto per tutti. Si militava nei licei o nelle università e qualcuno si beccò anche qualche giorno di arresto; tra i miei amici vi era anche Giorgio Jarach, già allora mio fidanzato e poi compagno di tutta la vita.

In famiglia, la guerra e la Shoah erano preoccupazione quotidiana: il dolore di sapere cosa stava accadendo con le deportazioni, la tristezza della lontananza da parenti ed amici. Si palpitava per la Resistenza e dopo l’allontanamento di Mussolini venne l’occupazione nazista dell’Italia e si seguiva, giorno per giorno, con ansia l’avanzare degli alleati. Ho due ricordi di locali manifestazioni celebrative: quella della liberazione di Parigi e, per noi ebrei italiani, le riunioni festive un po’ dappertutto. I festeggiamenti non durarono a lungo, perché si venne a sapere del tragico destino di tanti familiari. Per la mia famiglia fu la deportazione di mio nonno materno. Ma grande era l’angoscia di non sapere cosa stesse accadendo a Firenze, dove erano rimasti i miei zii e la nonna materna. Lo sapemmo dopo… Si erano nascosti nella boscaglia, con tanti patimenti e la nonna era morta a Talla, in una casa di contadini. Fu sepolta lì, in un piccolo cimitero dove andai, nel mio primo viaggio in Italia.

Qui a Buenos Aires durante la guerra c’era comunque, per fortuna, mio padre. Per lui antifascista, già prima dell’armistizio badogliano vi era il desiderio di unirsi alla lotta: dare di nuovo, lui mutilato della prima guerra mondiale, il sangue all’Italia. Questo lo seppi solo qualche anno fa, con il ritrovamento negli archivi dell’associazione Unione e Benevolenza di una sua lettera indirizzata al presidente di Italia Libera. E scriveva puntando su un tema che era in lui ricorrente e che mi trasmise quale valore essenziale: quello del rispetto della Dignità dell’essere umano.

Questi sono solo ricordi; ciò che più importa, ieri ed oggi, è associare alla celebrazione del 25 aprile la riflessione su quanto ci dice la Storia e cioè la triste ripetizione di tante tragedie sofferte dall’umanità. Quello che ci dice il presente e lo sguardo che possiamo dare al futuro è che usiamo, torniamo ad usare sempre delle parole militaresche: guerra, lotta, ma anche Resistenza alle dittature, ovviamente. Parliamo di sconfitte e vittorie. E oggi, ovunque nel mondo, le parole militari ritornano pure nell’affrontare la tragedia di questa pandemia, guerra contro un tremendo nemico virale… Osserviamo e riflettiamo sulle ripetizioni storiche che, in questo caso, ci fanno tornare a vecchie e mai dimenticate letture che ci hanno raccontato altre epidemie, con caratteristiche simili, ma vissute in tempi diversi. I Promessi sposi e il Decamerone, La peste di Camus. In Argentina una tremenda peste della Febbre gialla. Tanti libri, perfino uno dello stesso autore di Robinson Crusoe… e nell’antichità, un libro che non ho letto, ma è spesso citato, di Tucidide.

Tante storie con simili passi: quello iniziale delle incertezze, poi la paura, gli isolamenti, il cercare le colpe altrui, i capri espiatori… E poi, finalmente, si esce dagli incubi.

Ma oggi, 25 aprile, ricordiamo le vittorie contro il nazifascismo e celebrando quella Liberazione, non voglio tralasciare di ripetere ciò che sia in Italia che qui in Argentina, sottolineo sempre: nella storia che si ripete appaiono non solo tante violenze, tante guerre, tante persecuzioni, tanti razzismi, ma il ritorno delle ideologie fasciste, delle dittature… e rimane purtroppo la tremenda disuguaglianza fra ricchi e poveri, la fame di una parte enorme dell’umanità. Questo non dobbiamo dimenticarlo e stare molto attenti a quanto accade. Ce lo dice anche l’esperienza di questa pandemia… Tra il male e il bene la storia, e anche il presente, ci parla di indifferenze ma anche di solidarietà, di odio scatenato, ma anche di impegno disinteressato, di speranze e di energie volte al conseguimento di mete degne di noi esseri umani, mirando alla salute e alla vita, senza dimenticare le necessarie strategie contro la miseria e, pensando al dopo epidemia, a risollevare le società, liberandola da tante difficoltà e privazioni, tante ingiustizie ma anche scommettendo su un futuro simile a quei nostri sogni adolescenziali e di sempre. Vicina a voi, come sempre, vi abbraccio con un Viva l’Italia!
                                                                                                                                                                            Vera

Per gentile concessione della associazione 24Marzo Onlus – www.24marzo.it

L’AUTRICE Vera Vigevani Jarach è nata a Milano nel 1928 e dieci anni più tardi dovette emigrare in Argentina a causa delle leggi razziali. Qui è diventata una giornalista dell’Ansa. Il 26 giugno 1976 sua figlia Franca, di 18 anni, scomparve e di lei non si seppe più nulla fino a poco tempo fa, quando una donna che era sopravvissuta alle torture dell’Esma le ha raccontato che «era stata buttata giù da un aereo, buttata a mare». Vera appartiene al movimento delle Madres de Plaza de Mayo fin dai primi mesi della sua fondazione, le piace definirsi «una militante della memoria».

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 24 aprile 

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