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Le nuove regole costringeranno a fare quel che le politiche nazionali avrebbero dovuto suggerire. Con forza. Per questo motivo ritenere che viaggiare in Italia sia una sorta di ripiego, è sbagliato

«L’altr’anno, quando tornai la prima volta in paese, venni quasi di nascosto a rivedere i noccioli. La collina di Gaminella, un versante lungo e ininterrotto di vigne e di rive, un pendio così insensibile che alzando la testa non se ne vede la cima … era come scorticata dall’inverno, mostrava il nudo della terra e dei tronchi. La vedevo bene, nella luce asciutta, digradare gigantesca verso Canelli dove la nostra valle finisce. Dalla straduccia che segue il Belbo arrivai alla spalliera del piccolo ponte e al canneto. Vidi sul ciglione la parete del casotto di grosse pietre annerite, il fico storto, la finestretta vuota, e pensavo a quegli inverni terribili. Ma intorno gli alberi e la terra erano cambiati, la macchia dei noccioli sparita …». Anguilla, il protagonista de La luna e i falò, all’indomani della Liberazione, torna al suo paese delle Langhe, dopo molti anni trascorsi in America. L’Italia alla fine degli anni Quaranta è anche questa. Una serie infinita di città e paesi, che dopo la devastazione della guerra, torna a rianimarsi. Non esiste il turismo nell’accezione attuale. Perché nella gran parte dei casi non esistono risorse sufficienti per le vacanze. Ma è forte il desiderio di ri-appropriarsi dei luoghi. Tanto più se noti.

Il post-pandemia, che ancora rimane incerto nei tempi e nelle forme, offre almeno due punti fermi. «Ci vorrà del tempo prima che il turismo internazionale torni in Italia, ma difficilmente questa estate i turisti italiani andranno in giro per il mondo, dobbiamo quindi lavorare sul turismo interno, italiano, di prossimità». Il ministro Franceschini, dopo un lunghissimo silenzio, ha annunciato quel che in molti temevano. Almeno nei prossimi mesi l’Italia non sarà metà del turismo internazionale e le vacanze degli italiani, i più fortunati, non saranno all’estero. Delle due circostanze, quella più nefasta per la nostra esangue economia è certamente la prima. Perché le frontiere chiuse significano meno introiti. Spalmati un po’ ovunque. Dai luoghi della cultura a quelli turistici, passando per la ristorazione, ovviamente. È indubitabile. Ma per fortuna, rimaniamo noi. Gli italiani. Restiamo noi “con” l’Italia. Non solo con i suoi Musei ed aree archeologiche, i suoi Palazzi e ville storiche. Con le sue biblioteche ed archivi. Con i suoi mari e i monti. Ma con moltissimo altro. A partire dagli alberi, spessissimo unici, come dai boschi di un’infinità di essenze e dagli altopiani ricoperti di erbe aromatiche. Passando alle spianate che si colorano del verde dell’erba medica e del giallo dei girasoli. E ancora alle piazze nelle quali ci si ritrova, e ai bar nei quali non si prende lo spritz, ma un liquore e si gioca a carte.

Le nuove regole costringeranno a fare quel che le politiche nazionali avrebbero dovuto suggerire. Con forza. Per questo motivo ritenere che viaggiare in Italia sia una sorta di ripiego, è sbagliato. Concettualmente e praticamente. Prima di tutto perché si mortificano le nostre particolarità. Invece di reclamizzarle, come si dovrebbe. In maniera concreta. Senza contare che puntare davvero sul turismo di prossimità consentirebbe anche a gran parte degli italiani di conoscere meglio storia e soprattutto geografia del loro Paese. Insomma, visitare un centro storico oppure inerpicarsi su una delle cime di una qualche catena montuosa può non essere solo uno svago. Può regalare anche conoscenza. Insomma perché mai “il dilettevole” non può accompagnarsi con “l’utile”? In fondo, il bello del visitare un luogo dovrebbe contemplare soprattutto questo. L’immersione completa attraverso colori e sapori, odori e tradizioni, cultura materiale e immateriale. Altrimenti che gusto c’è?

Ma l’errore è anche pratico. Perché alla fine dell’estate il rischio è che le cifre “dei movimenti” siano inferiori alle potenzialità. Non solo a causa della recessione.

Ognuna delle regioni italiane offre un’infinità di occasioni. Quindi anche rimanendo all’interno della propria si potrebbe fare molto. Visitando luoghi straordinari, ma ignoti. Forse perché vicini. perché ormai nell’immaginario di molti fortunati non è vacanza se non è lontano. Non c’è divertimento se non si possono fare cose eccezionali. Tutta colpa delle Persone? Certo che no! D’altra parte per andare da qualche parte bisogna conoscere e per farlogli strumenti non sono moltissimi. Ci sono i portali delle regioni e poi da questi si può passare, come in una matrioska, a quelli dei comuni. Inutile dire che si tratta di un lavoro impegnativo. perché costringe a diversi passagi. Poi, ci sono i siti delle diverse Soprintendenze archeologiche, belle arti e paesaggio che restituiscono informazioni sui differenti luoghi della cultura. Poi ci sono siti di ambito più locale, ma a quelli si arriva solo se si ha una minima conoscenza della zona che si intende visitare. Una summa di tutte le conoscenze la dovrebbe offrire Italia.it, “il sito ufficiale del turismo in Italia”. Il portale dell’Agenzia Nazionale del Turismo. Una summa a dire il vero abbastanza “povera”. Tra le ricerche possibili, se si sceglie di indirizzarsi su “Scopri l’italia” si accede alla divisione regionale. E qui prescelta la destinazione si entra nella “Descrizione”. Nella quale ci sono alcuni campi attivi che rimandano generalmente ai capoluoghi di provincia. Ma si può decidere anche di entrare nel “Cosa vedere”, oppure nel “Cosa fare” ed infine nel “Cosa assaggiare”. Le maggiori delusioni in ogni caso si hanno quasi sempre se si scorre la lista dei luoghi che sarebbero meritevoli di essere visti. Si tratta di una sorta di bignami che piuttosto che invogliare, risulta respingente. E poi vengono troppo spesso ignorate quelle piccole realtà che meriterebbero ben altra considerazione. Un esempio? Nelle Marche nessun accenno alla Galleria di Vespasiano nelle Gole del Furlo e al Muro di terrazzamento a Pontericcioli di Cantiano. E neppure alla Chiesa dei SS. Ruffino e Vitale ad Amandola e al Castello della Rancia a Tolentino. Così come all’Abbazia di S. Salvatore a Valdicastro, alla Collegiata di S. Marco a Servigliano e al Giardino Buonaccorsi a Potenza Picena.

Una lista incompleta, ma sufficiente a documentare la vacuità del Portale. Che in sostanza si dimostra uno strumento sostanzialmente inadeguato a guidare il turista di turno. Incapace di valorizzare realtà importanti ma che continuano a rimanere meta di un ristretto numero di visitatori. Ed è un peccato. perché il turismo è ovunque. Ben inteso, ovunque si dia la possibilità di andare, facendone conoscere l’esistenza. Luoghi mai visti, ma anche nei quali tornare. «Una volta all’anno salgo a salutare l’albero, mi porto da scrivere e mi siedo al suo piede. A due metri da lui, ovest preciso, spuntano quattro stelle alpine, un principio di costellazione. Ancora un paio di metri a ovest un mugo accovacciato al suolo sparge i suoi rami in cerchio». Erri De Luca descrive la sua Visita a un albero su una delle cime delle Dolomiti bellunesi, a 2200 metri. Una visita, che diventa consuetudine. Un modo come un altro per riappropriarsi di una parte di sé. Un appuntamento con una sorta di amico. Come si trattasse di uno degli alberi magici de il Boschio vecchio di Buzzati. perché i Luoghi possano far parte di Noi. Ed é questo che li rende speciali. Anzi, unici.

«Il paesaggio non gli dava alcuna sorpresa: se ne era rammentato nei minimi particolari. Di là dal villaggio vedeva biancheggiare la punta del colle di sassi, una cupola regolare senza case e senza vegetazione, alla sua destra un piccolo bosco di pini giovani piantato per lottare con una plaga di sassi. Ma dacché egli era partito il boschetto aveva fatto pochi progressi». Alfonso, il protagonista de Una Vita” di Svevo, torna a casa e ritrova anche il suo paese. Con le sue linee geometriche che si trasformano in ricordi. Restituendogli un senso di appartenenza che quasi aveva dimenticato. Insomma Alfonso non è un turista. Ma, come se lo fosse, torna in un Luogo del cuore. perché anche questo può essere un motivo per spostarsi. Per fare del turismo. Tornare da dove siamo partiti, oppure siamo stati.

Quest’anno, iniziando una consuetudine che farebbe un gran bene a tanti “turisti”, contribuendo a far lievitare anche le cifre degli spostamenti e quindi il Pil nazionale, l’Italia deve essere l’inesauribile depliant nel quale scegliere. Dove andare. Per conoscere, ma anche per ri-vedere. Un modo, tutt’altro che ingiustificato, per rafforzare il senso di appartenenza delle singole Persone per il Paese, nella sua interezza. Uno strumento per riaffermare quell’identità nazionale, della quale la totalità delle forze politiche sostengono la rilevanza. Salvo non perseguirla in maniera concreta. Il turismo é indubitabilmente uno dei settori che produce risorse. Ma se si continuerà a privarlo dei necessari contenuti, é destinato a languire nella recessione. Se le politiche nazionali ne esalteranno ancora le potenzialità senza però valorizzarne realmente le infinite particolarità, il rischio è che il futuro sia davvero incerto.

«Capii lì per li che cosa vuol dire non essere nato in un posto, non averlo nel sangue … tanto che un cambiamento di colture non importi». L’Anguilla de La Luna e i falò, ha piena consapevolezza che noi apparteniamo ai Luoghi. Fino al punto di esserne parte. Riscopriremo anche noi tutti questa appartenenza?

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