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«La crisi non servirà come scusa per abbandonare l’agenda di transizione ecologica o per ridurre lo stato sociale. Non lasceremo nessuno indietro», ha detto Sánchez annunciando la creazione di una Commissione per la ricostruzione sociale ed economica per uscire progressivamente dal lockdown

Sánchez e il suo governo hanno avviato un piano per una cauta riapertura della Spagna dopo il lockdown: quattro fasi che dovrebbero portare tutte le 50 province del Paese, entro la fine di giugno, verso una “nueva normalidad”. C’è chi ha scomodato la filosofia dicendo che nuova normalità è un sofisma. Se la normalità è una novità, non è normale. E se non è normale, è qualcos’altro. Forse è solo un inutile vezzo avere attaccato l’aggettivo “nuova” all’idea di normalità di vita con il Covid-19. Eppure la scelta del governo Sánchez non appare casuale e rileva insieme sensibilità e impegno.

Sensibilità di cogliere nella comunicazione istituzionale la percezione, diffusa nella maggioranza della popolazione, che per proteggersi da questa o da possibili future pandemie non si deve tornare alla normalità conosciuta, a quel mondo del lavoro e a quel modello economico che sfida continuamente gli equilibri ecologici che garantiscono la vita per tutte e tutti sul pianeta terra.

Evidenzia anche l’impegno del governo di coalizione spagnolo di riempire questa nuova normalità di contenuti di giustizia sociale e ambientale, riconfermando e accentuando quello che Psoe e Unidas Podemos hanno scritto nel programma concordato all’avvio della legislatura. «Questa crisi non servirà come scusa per abbandonare l’agenda di transizione ecologica o per ridurre lo stato sociale; non servirà ad abbandonare coloro che ne subiscono le conseguenze. Non lasceremo nessuno indietro», ha detto Sánchez annunciando che la prossima settimana sarà costituita una Commissione per la ricostruzione sociale ed economica, anche se lo scenario di un accordo reale tra il governo e il principale partito di opposizione sembra oggi piuttosto lontano.

Sono le destre, in particolare Partito Popolare e Vox, a non essersi accorte di questa diffusa voglia di cambiamento e rimangono ancorate a vecchi schemi, pensando di poterne trarre utili elettorali per un domani. Criticando il governo su tutto e il contrario di tutto, prima perché chiudeva poco e con poca decisione, ora perché riapre con eccessive cautele. Partiti di destra che vivono in un passato spazzato via anche dal virus e chiedono di rimettere in moto la Spagna di sempre, quella disegnata dai loro governi, dominata da un modello produttivo e di ricchezza basato su finanze speculative e tagli allo stato sociale, promotori del turismo del tutto incluso, quel turismo massificato, abusivo e speculativo, che in un decennio o poco più ha inesorabilmente divorato le bellezze delle città di Spagna, delle sue coste e delle isole, trasformando milioni di giovani donne e uomini in intrattenitori, camerieri, gestori di bar di tapas e case vacanze al nero, o rider per le consegne di cibi a domicilio.

Dall’altra parte alcune sinistre perentorie non sembrano accorgersi della richiesta di cambio o, come la schiera di portatori di sventure in attesa della catastrofe, declinano l’uscita dal capitalismo solo con sacrifici e rinunce, senza gioia di vivere. Per loro l’aggettivo nuova con cui il governo spagnolo definisce la normalità che verrà è solo l’ennesima furberia dei socialisti per fagocitare Podemos nel sistema.

Eppure è davvero difficile non percepire la necessità e la voglia di cambiamento che attraversa la società spagnola. È ottuso non capire che quegli applausi rivolti ogni giorno al personale sanitario reclamano una sanità pubblica, un’idea di medicina diffusa sui territori come prevenzione, perché la miglior cura delle persone è evitare che si ammalino, anziché trovare il modo rapido di speculare sulle malattie per riempire portafogli.

Così come è assurdo poter pensare di tornare a quella normalità in cui fasce anziane e infantili di una popolazione sono un problema da accollare alle donne come sostitutive dello stato sociale o, quando economicamente possibile, alle persone migranti senza riconoscerne diritti o competenze. Oggi, dopo anni di sbornia liberista e di totale apologia del libero mercato, anche pezzi significativi dell’imprenditoria cominciano a barcollare e ragionano sulla necessità di riscoprire il ruolo del pubblico, fino a chiedere l’ingresso dello stato nelle grandi imprese strategiche spagnole. Certo è ancora tutto abbozzato nel piano del governo spagnolo verso la nuova normalità, con le quattro fasi per recuperare la vita quotidiana e l’attività economica, proteggendo la salute e la vita delle persone, con la gradualità necessaria per valutare se i progressi nel contenimento del virus si mantengono o se invece bisogna tornare al lockdown da qualche parte.

E si fatica a individuare le scelte della transizione ecologica annunciata, di fronte ai propositi del ministro dei trasporti, José Luis Ábalos, che immagina di incentivare il mezzo privato per riportare le persone al lavoro, idea subito piaciuta ai fabbricanti e rivenditori di auto che hanno chiesto di azzerare le limitazioni alla circolazione privata, introdotte in questi anni per ottemperare le rare direttive ambientali comunitarie. La strada è quindi lunga e difficoltosa, ma avere avuto l’accortezza e la sensibilità di aggiungere l’aggettivo nuova alla normalità da realizzare è almeno di buon auspicio.

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