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Intervista a Pietro Gaglianò, critico d’arte e curatore indipendente

Cosa succederà al mondo dell’arte nel momento in cui sarà passata l’emergenza Covid-19 e riapriranno gli studi degli Artisti, i Musei, le Fondazioni, gli spazi no-profit, le gallerie private, le fiere d’arte?

Ci sarà stato un cambiamento della fruizione dell’arte, soprattutto di quella contemporanea? Si riuscirà a sostenere anche gli Artisti visivi e performativi che creano la bellezza, ma che nonostante questo sono senza Albo professionale e senza Associazioni di categoria e con difficoltà troveranno accesso alle misure governative di sostentamento?

Gli artisti si ritroveranno ad affrontare senza strumenti un’economia globale malmessa che difficilmente li considererà degni di tutela, questione con cui anche le gallerie private, curatori e direttori di Musei dovranno fare i conti. Si può sperare, come è successo in passato, che dopo una mostruosa crisi segua una grande ripresa economica, ma le riprese economiche non avvengono da sole. Gli addetti ai lavori dell’arte stanno cercando una “cura” che oltre alla guarigione possa strutturare anticorpi?

Foto di Mouhamed Yaye

Pietro Gaglianò, critico d’arte e curatore indipendente, risponde ai quesiti di Alessio Ancillai

La questione più importante, quando la collettività ricomincerà a incontrarsi dal vivo, quando torneremo a frequentare i luoghi della condivisione sociale, ancor prima di quelli della produzione culturale, riguarderà la percezione della libertà e della comunità. Abbiamo sperimentato quanto sia facile abituarsi al giogo di una limitazione drastica delle libertà individuali nel nome di un’emergenza che solo in apparenza non poteva essere gestita diversamente. È triste ammettere che in larga parte non sono stati il coraggio, l’amore per una causa condivisa o il senso civico a farci rinunciare al lavoro, agli amici, al vivere in comune; è stata la paura, quella di ammalarci e quella di incorrere in sanzioni. Questo atteggiamento restituisce il quadro di una società tragicamente egoista e passiva, incapace di organizzarsi se non sotto il peso della minaccia e gli argomenti dell’obbligo, audace solo nelle piccole violazioni commesse per miserabili tornaconto personali: una società che già da tempo ha praticato una malsana sottomissione agli imperativi del consumo contrabbandati per libertà di scelta.

Dovremo quindi apprendere di nuovo a conoscere la libertà e a praticare la solidarietà, che sono entrambe così facili da disimparare. L’arte, in tutte le sue declinazioni, grazie alla capacità di coniugare forme simboliche e funzioni sociali può giocare un ruolo centrale. Tuttavia è vano pensare che questo possa avvenire in un sistema simile a quello che governa o, per essere precisi, che tralascia di governare la produzione culturale oggi in Italia. La materia da disciplinare è vasta e complessa, e il nostro Paese in questi termini è indietro di decenni rispetto a quanto accade nella maggior parte delle nazioni europee. In queste settimane da molte aree del mondo delle arti visive e della cultura in generale, con movimenti dal basso, all’interno di gruppi informali, o in quelli tradizionalmente più corporativi del teatro, vengono articolate proposte e richieste. Ma queste, per lo più, sono afflitte da un peccato originale limitando le proprie istanze a una normalizzazione che non tiene conto dello stato di eccezione costituito dall’arte.

Come ho scritto altrove «l’arte è proprio l’anticorpo che mette in crisi il sistema: costituisce una garanzia di libertà, riuscendo a innescare cortocircuiti in un campo in cui il costrutto autoritario non è preparato a sostenere il confronto» (La sintassi della libertà. Arte, pedagogia, anarchia, Gli Ori 2020). La sfida quindi è quella di edificare una rete di garanzie e riconoscimenti per gli artisti che però non li trasformi in innocui impiegati. Si tratta di mettere in opera una sorta di paradosso che spingerebbe il sistema statale a nutrire, senza neutralizzarla, la critica ai propri costrutti; ma «l’arte è anche una misura, sia pure inesatta, parziale e sfuggente, del grado di libertà in uno Stato, e ogni sua vittoria in tale direzione potenzia la sua portata e rende un po’ più sottile, un po’ più porosa la cappa del controllo». Questa tensione può potenziare anche il valore delle comunità civiche (chiamiamole anche Stati, in questo caso), può bonificare il sentimento di appartenenza dai miasmi del populismo e dalla miopia dell’individualismo, può aprire spazi per imparare a pensarci parte di un insieme di persone, mantenendo intatta ogni soggettività ma difendendo le più deboli, come ogni società sana dovrebbe fare.

Il modo in cui le arti e la cultura vengono considerate accessorie o assimilabili alla macchina dell’intrattenimento (il ministro Franceschini ha sciaguratamente auspicato una «Netflix della cultura») è indicativo dell’arretratezza della situazione in Italia e ci mette in allarme spingendoci ad agire. In altri paesi esistono alcuni modelli, sia pure imperfetti, e ci sono realtà che si stanno impegnando ad analizzarli per rilanciarli in un confronto aperto su molti piani. Questa crisi apre lo spazio per l’occasione di ripensare i ruoli e le posizioni di tutti gli attori coinvolti. La tutela statale degli artisti e dei lavoratori della cultura, che non abbia come prezzo la loro autonomia, la loro libertà, può essere il cardine di una relazione che dovrà essere rinegoziata costantemente ma che dobbiamo iniziare a progettare adesso. «Non sarà la paura della pazzia a farci lasciare a mezz’asta la bandiera dell’immaginazione» (André Breton, Manifeste du Surréalisme, 1924).

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