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Con lo storico Massimo Mastrogregori ricordiamo Boris Pasternak nell’anniversario della nascita (130) e della morte (60), e il significato politico del capolavoro che pubblicò in piena Guerra fredda

Per la letteratura il 2020 sarà, tra le altre cose, l’anno di Boris Pasternak. Sono trascorsi centotrenta anni dalla nascita dell’autore russo (e sessanta dalla morte) e per celebrare questa doppia ricorrenza sono in preparazione diversi progetti e pubblicazioni. In particolare, la complessa vicenda editoriale de Il dottor Živago continua ad esercitare fascino e a suscitare questioni. Il romanzo uscì in anteprima mondiale a novembre del 1957 in traduzione italiana per la casa editrice Feltrinelli. In breve tempo fu pubblicato in moltissime lingue, con un grosso contributo economico occulto della Cia, lanciando di fatto l’autore verso il premio Nobel, che sarebbe arrivato nel 1958. Per un’edizione autorizzata in Urss si dovette invece attendere il 1988. Pasternak non era un anti-sovietico, ma certo non poteva essere visto di buon occhio dai burocrati russi che uno dei loro scrittori più importanti desse alle stampe la storia di un medico poeta e dei suoi amori.

Se il “caso Pasternak” esplose con l’assegnazione del Nobel, gran parte della vicenda avvenne in realtà prima dell’uscita del libro: una vera e propria spy story, sulla quale si annunciano molte novità. Ne abbiamo parlato con Massimo Mastrogregori – storico e direttore del Gramsci centre for the humanities dell’Università della Repubblica di San Marino – il quale sta per concludere una ricerca su questo episodio cruciale della “guerra fredda culturale”.

Professore, comincerei con l’inquadrare il protagonista della vicenda. La figura di Pasternak è affascinante: poeta lirico fino agli anni 30, per circa quindici anni smette quasi di scrivere. Rinasce improvvisamente come autore con questo romanzo poderoso. Cos’era successo?
Alcune condizioni erano cambiate. La lotta vittoriosa contro l’invasore nazista, al fianco delle democrazie occidentali aveva acceso in Pasternak la speranza di una “rigenerazione” dell’Urss – concretamente, egli sperava che non tornasse più il terrore staliniano degli anni Trenta. In precedenza, varie volte aveva progettato o iniziato vasti affreschi storici, sempre servendosi del suo particolarissimo stile, una specie di prosa-poesia. Alla fine del ’45 quella speranza di libertà gli permise di iniziare un progetto nuovo, un grande romanzo sul destino della sua generazione, il libro che diventerà Il dottor Živago, completato durante il “disgelo” di Chruščëv. Durante la guerra, poi, era mutata anche la percezione di Pasternak all’estero. Negli anni Venti e Trenta, era stato “lanciato” da sinistra come autore sovietico, come prova che l’arte poteva fiorire in Russia anche dopo la rivoluzione bolscevica. Verso il 1943, alcuni autori inglesi avevano cominciato a vedere in lui un poeta-eroe, che resisteva di fronte al potere sovietico. Oltre all’atmosfera nuova, che si percepiva a Mosca all’uscita dal conflitto, anche il vedersi riconosciuto, letto, amato da intellettuali come Maurice Bowra e Isaiah Berlin deve aver dato a Pasternak un coraggio nuovo, e la certezza di poter “dialogare” con il pubblico occidentale. Presto gli spazi di libertà che si erano aperti si richiusero. Il romanzo si nutrì allora anche della disillusione del poeta: diventò…

L’articolo prosegue su Left in edicola dall’8 maggio

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