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La musica come nutrimento, fin da bambino. Poi il comporre e il mestiere più difficile: dirigere l’orchestra. Parla il musicista autore dell’album The Roots. «Le radici ti aprono, rendono più liberi. Adesso invece le usano per bloccare gli altri, manipolandone il senso»

Salerno, Teatro Verdi. Al nostro arrivo, il teatro è chiuso ma il custode ci fa entrare. Il maestro, ci dicono, arriverà tra un po’ e lo potremo intervistare dopo una prova a due con il violoncellista Relja Lukic. Ezio Bosso appare alle nostre spalle silenzioso, sorprendendoci un po’, ci fa restare alle prove e rubiamo istanti magici. 

Comincio chiedendole una cosa un po’ particolare. Come mai la musica irrompe nella sua vita così presto, ancora prima delle parole?
Anche se me lo avessi chiesto quando avevo quattro anni, avrei detto: “Non lo so!”. Vedi, non c’è una ragione. È come dico tante volte: evidentemente, ne avevo più bisogno degli altri.

Perché ne aveva più bisogno degli altri?
Sembra evidente quanto, nel corso della mia vita, della bellezza della mia vita, la musica mi abbia aiutato in genere, e in particolare in tutte le fasi della mia adolescenza. Penso che la musica sia un bisogno, un’esigenza delle persone; l’abbiamo inventata per quello. Perché ne avevamo bisogno. Intendo questo quando dico che io ne avevo più bisogno degli altri. Non è che fossi un bambino disperato!

In realtà avevo pensato piuttosto ad una sua dimensione profonda, creativa, personalissima.
La profondità spesso sta nella leggerezza. Un bambino è… un bambino. Il bambino ha bisogno di mangiare e la musica è un nutrimento. Non abbiamo bisogno di essere profondi. Chi pretende di esserlo è perché spesso nasconde le sue lacune.

Lei ha detto: “La musica è silenzio, la musica evoca immagini e colori, i colori e le immagini rimandano alla musica.” È sempre un suono, che non è parola, è altro. È come se avesse a che fare con l’essere artisti.
Io vorrei vietare la parola “artista”, perché è una parola abusata. Io sono un artista nel senso rinascimentale!

Cioè?
L’artista è colui che si occupa di studiare tutto, colui che si occupa di scienza come del divino, per cui l’arte è a prescindere dall’uomo. Gli uomini-artisti sono soltanto dei gran bugiardi! Anche meravigliosi ma sai, il principio di vocazione è solo una responsabilità.

Da dove nasce la sua esigenza di comporre la musica?
Deriva da quanto io studio. È semplicemente una conseguenza di quanto, per esempio, io studio Beethoven. Ad un certo punto ho bisogno di scrivere la musica, ho la tecnica per poterlo fare. Non ho l’esigenza di esprimere quello che ho dentro; quello lo faccio ogni giorno con l’affetto, con le carezze. Uno che si occupa di arte non esiste. La musica è una forma di trasfigurazione, non di affermazione di sé, anzi pretende proprio che tu ti escluda. Quando suoni Beethoven diventi Beethoven, quando suoni Bach diventi Bach, Ezio non esiste.

Lei parla di trascrizione, che io ho capito essere il dare una forma, ma a che cosa?
No, no, la musica è nata come trascrizione.

Di che cosa?
La musica esiste nell’aria, nel canto degli uccelli, nel suono del vento, nella percussione di un barattolo che rotola. Il mondo ha la musica. L’uomo ne aveva bisogno e quindi ha cominciato ad inventarsi un modo per imitare questa musica, e quindi di fatto trascrive. E da lì in poi, la natura della musica è quella di trascrivere, trascrivere persino se stessa. Perché nel momento in cui io suono Bach al pianoforte, non cambio una nota che sia una.

È come se tutti potessero suonare allo stesso modo?
Assolutamente no. Suonare è un sacrificio, è un impegno, non tutti possono suonare. Chi dice questo mente. È la responsabilità di avere un talento musicale che al limite deve essere protetto. Deve essere aiutato, però lo si aiuta con l’essere severi. La musica pretende quella ricerca di perfezione che non tutti possono avere. Tutti possono prendere uno strumento in mano, ed è bello che lo possano fare, ma fare il musicista è qualcosa di totalizzante, richiede un impegno ed uno studio che non finiscono mai. Ed è una cosa meravigliosa. Richiede di mettere in dubbio se stessi, non di essere certi. Io non sono per: “L’importante è esprimersi!”. No, anzi. L’importante è dimenticarsi. Lo dicevo oggi ad un gruppo di ragazzini di 12 anni: “Pensate che la musica ha una cura meravigliosa. Può far provare sentimenti che di fatto sarebbero negativi, come la tristezza, il dolore, eppure li fa diventare belli”. Quante volte ascoltiamo un brano triste perché ci fa stare meglio: persino la tristezza diventa curativa. E questo lo fa solo la musica.

Maestro, che cosa significa per lei dirigere un’orchestra?
È il mio lavoro. È un impegno, è essere a disposizione degli altri. È la mia natura, esattamente come uno suona il pianoforte, uno suona il violino, uno suona il cello, le percussioni. Io avevo la natura di fare il direttore d’orchestra. Avevo quel talento, che in realtà è una responsabilità. Dopodiché, io posso solo dire che è il mestiere più difficile e più bello del mondo.

Perché più difficile?
Perché richiede dieci volte lo sforzo degli altri, significa lavorare dieci volte di più, richiede un ascolto, e a volte dei sacrifici che possono essere dolorosi. E magari può accadere anche di essere giudicati male, per pregiudizio, trovarsi le porte chiuse. Non è facile.

Quando le persone vengono a sentirla accade loro qualcosa, dicono, “è accaduto anche a me”.
È perché non esisto. Tu pensi di venire a vedere me, ma non sono io. Il fatto sta nel non esistere. Nella musica, significa che essa che in quel momento ci governa. Quello che cerco di fare è dedicare me stesso a trasportare la musica, come un uomo che trasporta l’acqua. E quando hai sete, l’uomo che trasporta l’acqua ti dà tutto quello di cui hai bisogno. La musica di cui mi occupo io ha il meraviglioso vantaggio di appartenere a tutti, ad ogni sentimento che abbiamo dentro. Lo spiega, nel senso che lo apre, gli toglie i veli; ci fa sentire, ci fa riconoscere.

Il suo ultimo lavoro è The Roots (a Tale Sonata). Perché questo titolo?
Mi piace il pensiero delle radici, che non ti chiudono, ma ti liberano. Mi piace riconoscere le radici, mi piace far sapere alle persone da dove arrivo. La musica per me è una radice. Mi piace pensare che noi siamo degli esseri che possono mettere radici laddove si spostano, e lasciare piccole radici, come un piccolo brano. C’è questo dentro questo lavoro, che per me è un lavoro importante perché racconta e svela una parte più profonda, antica di me. E svela anche quel pensiero per cui la musica trasforma un lutto in qualcosa di soave e rinfrancante. È un disco difficile, sai! Se vi aspettate della musichetta, da tre minuti, no! C’è poi questo viaggio dentro la radice di un suono, di una nota, ogni nota è una mia radice,  compone uno dei filamenti della radice. E la fortuna è di averle così lunghe, così infinite e poi, allo stesso tempo, tutti quei filamenti hanno fatto crescere un albero… Per me è importante riconoscere che le radici si possono spostare, e non confonderne, non manipolarne il senso, specie in un momento come questo, in cui si vuole utilizzare il termine “radici” per bloccare gli altri. Invece no. Le radici ci rendono più liberi perché ci fanno persino riconoscere i nostri limiti, e ci fanno anche dire di quanta acqua abbiamo bisogno, di quanto siamo delicati.

L’intervista ad Ezio Bosso di Marcella Matrone è tratta da Left del 16 novembre 2018


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