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Furono giorni di fermento rivoluzionario quelli vissuti a Pechino tra la scomparsa di Hu Yaobang, la visita di Gorbaciov e il tentativo di mediazione del nuovo segretario Zhao Ziyang. Il racconto di un testimone dei fatti di Tian’anmen [Illustrazione di Vittorio Giacopini]

Per tutti noi cinesi all’estero la data del 4 giugno è diventata una ricorrenza, un momento per ripensare alla nostra storia personale e alle vicende del nostro Paese, ma per quelli di noi, assai pochi, che erano su quella piazza in quella buia notte, il 4 giugno di ogni anno si riapre una ferita che forse non potrà mai rimarginarsi. I nostri occhi diventano rossi, le gambe perdono di forza e le piante dei nostri piedi riprovano quella vaga sensazione di mollezza provocata dai corpi calpestati; le orecchie risentono il rumore assordante e ritmico dei cingolati: sembriamo rivivere ancora una volta quegli istanti che ci hanno tolto per sempre la giovinezza.

Eravamo ragazzi, molti di noi appena adolescenti, studenti nelle migliori università della Cina. A Pechino, Shanghai e in tante altre città, avevamo appena sentito la brezza fresca che entrava dalle porte che la Cina aveva – dopo molti decenni – riaperto al resto del mondo.

Sentivamo, in alcuni casi per la prima volta, parlare di Europa, Stati Uniti, Francia, ecc. Alcuni di noi avevano incontrato degli europei nelle strade delle città, ma soprattutto nelle università dove studiavano ormai decine di studenti internazionali, che erano diventati la nostra porta sul mondo. I colori sgargianti dei loro vestiti, paragonati al blu e verde delle nostre casacche tutte uguali, i loro capelli lunghi o mossi, una certa libertà nei comportamenti, tutto ci faceva immaginare che venivano da un mondo diverso dal nostro, Paesi di cui avevamo sentito parlare poco o soprattutto male, ma erano le terre di origine di quegli scrittori che avevano per primi risvegliato la nostra fantasia: Shakespeare, Balzac, Dante e tanti altri. Erano autori a tutti noi noti, li avevamo letti e riletti, magari perfino alla luce fioca dei lampioni di strada, non avendo a tarda notte la luce nei nostri affollati dormitori.

Il 15 aprile di quel 1989 si sparse rapidamente la notizia della morte improvvisa dell’ex segretario generale del partito comunista Hu Yaobang che per molti di noi, ma soprattutto per quelli più grandi di noi che avevano vissuto le violenze della Rivoluzione culturale, aveva incarnato la possibilità di superare gli orrori di quel periodo. Egli infatti era stato il primo ad avviare una vasta campagna di riabilitazione di tante persone ingiustamente perseguitate durante il decennio 1966-1976 terminato con la morte del presidente Mao. Venimmo a sapere che potevamo andare a manifestare il cordoglio per la sua morte a Tian’anmen, l’unica grande piazza di Pechino, città fatta di incroci, in cui questo enorme spazio, più grande di 50 campi da calcio, fu costruito nel 1949 per le grandi parate del regime socialista. Una piazza in cui ogni mattonella quadrata era numerata e quando venivamo portati a vedere le parate eravamo assegnati a stare in piedi, possibilmente fermi, su una di esse. Nei giorni seguenti la piazza si continuava a riempire di giovani, soprattutto studenti, forse senza accorgercene stavamo diventando strumento di una lotta di potere, che si svolgeva fuori della piazza, dietro le mura della nuova città proibita del potere comunista. Zhao Ziyang, il nuovo segretario del partito, che aveva sostituito Hu Yaobang nel 1987, voleva accelerare il processo delle riforme e dell’apertura, una politica ideata da Deng Xiaoping dopo la morte di Mao e da lui sostenuta negli anni successivi.

In quei palazzi imperiali si svolgeva una lotta di potere e noi ne eravamo le ignare pedine. Dal 15 al 17 maggio arrivò a Pechino Michail Gorbaciov, il primo segretario del Pcus che veniva in visita in Cina; il suo viaggio doveva sancire il riavvicinamento definitivo fra Russia e Cina dopo trent’anni di divisione dall’epoca della destalinizzazione, mai accettata dai cinesi. La piazza dove si sarebbe dovuta svolgere la cerimonia degli onori militari era ormai occupata da decine di migliaia di studenti che chiedevano apertura, riforme e trasparenza. Quando Gorbaciov era a Pechino le parole d’ordine erano diventate perestroika (riforme) e glasnost (trasparenza), che si erano unite a democracy and freedom. Gli studenti cinesi volevano che il mondo entrasse in Cina.Il governo tentò strade impensabili ed inimmaginabili nella millenaria storia cinese: un gruppo di studenti, sporchi e con le scarpe stracciate dopo settimane di occupazione della piazza, fu introdotto nelle inaccessibili sale del potere ed incontrò alcuni dirigenti del partito. Ma anche questa mossa non convinse i ragazzi a sloggiare. L’atto finale fu quando il segretario del partito Zhao Ziyang, vestito in abiti normali con un microfono in mano che parlava con gli studenti nell’unico ricovero di fortuna immaginato, un autobus portato in gran fretta nella piazza; accanto a lui Wen Jiabao, il capo della sua segreteria, che sarebbe poi diventato un amatissimo primo ministro dal 2003 al 2013.

Tutti questi avvenimenti avevano per un mese cambiato il volto della Cina, i giornali ospitavano commenti e lettere degli studenti e dei loro genitori, radio e televisione organizzavano dibattiti circa la situazione e la correttezza o meno delle richieste degli studenti volte ad accelerare le riforme delle Cina. Intellettuali e dirigenti ad ogni livello si schierarono per il gruppo legato al segretario Zhao Ziyang, facendo vivere alla stampa cinese una brevissima stagione di inimmaginabile – ora più di allora – pluralismo politico.

Ma la situazione era ormai fuori controllo, fallito l’estremo tentativo di mediazione di Zhao Ziyang, Deng Xiaoping scelse l’opzione militare. A metà maggio le truppe di stanza a Pechino furono poste in stato di allerta e iniziarono ad avvicinarsi alla zona centrale della città. Ma la gente comune scese in strada, i miei parenti ed amici, come quelli di tanti di noi si mobilitarono per bloccare pacificamente i mezzi leggeri che iniziavano ad arrivare in centro. La città di Pechino era paralizzata, ovunque mezzi militari bloccati dalla folla, giorno e notte, la società civile sembrava voler proteggere i propri ragazzi, che ormai avevano scelto anche la protesta dello sciopero della fame. Seguirono giorni di blocco, durante i quali andavamo avanti e indietro dalla piazza, giravamo la città a piedi o in bicicletta riportando indietro storie avvincenti di resistenza pacifica, mentre ormai le truppe solidarizzano con la popolazione. Tutto sembrava fermo, ma al tempo stesso pieno di fermento rivoluzionario. Complice il cielo sempre azzurro di Pechino pensavamo davvero di scrivere una pagina nuova nella storia millenaria del nostro Paese: cambiare era possibile.

Deng Xiaoping fece appello alle sue truppe più fidate, quelle della lontana regione del Sichuan, che arrivarono rapidamente a Pechino. Non parlavano la lingua della città, non avevano mai visto una città così grande, erano ben formate e pronte a tutto. Chiusero le grandi strade che arrivano nella piazza ad ovest e a sud, lasciando aperto solo il lato orientale. Era notte fonda, senza luna, alcuni di noi dormivano sotto la luce dei lampioni, quando improvvisamente si spensero. Il rumore assordante dei cingolati riempì l’aria. Passarono alcuni minuti nel buio e nel rumore. Poi iniziò anche il suono dei fucili automatici. Presi a correre verso l’unico lato libero, insieme a me tanti altri, chi più veloce, chi più lento: cingolati, proiettili e piedi che incontravano ostacoli ormai molli. Una corsa senza fine, che mi ha permesso di scappare lontano, prima a Pechino, poi in Cina e ancora lontano dal mio Paese.

All’alba di quel 4 giugno la piazza fu sigillata. Nulla si sa più di quelli che rimasero lì. La legge marziale fu imposta. La città fu avvolta in un’aria spettrale. Carri armati e autoblindo presero a presidiarla. Molti stranieri furono raccolti dalle loro ambasciate, che organizzarono voli speciali perché lasciassero il Paese. I più partirono e la Cina restò – ancora una volta – sola, abbandonata al proprio destino millenario. Nessun ragazzo cinese oggi ha mai sentito parlare di questa storia della quale è stata cancellata ogni memoria, nessun motore di ricerca internet in Cina permette la ricerca della parola Tian’anmen associata a questa data, ma la storia millenaria della Cina non dimentica e un giorno farà tornare il ricordo e il cielo azzurro splenderà ancora sulla città proibita.

Il reportage di Mah Sileih da Pechino è stato pubblicato sul libro di Left Il giro del mondo in 15 reportage


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