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Ora che l’Europa ha svelato il piano per la ripresa, che se confermato significherebbe uno scostamento dalla linea liberista, per Madrid la crisi sanitaria del Covid-19 può diventare l’opportunità per un necessario cambiamento di rotta

L’Europa ha deciso di sporcarsi le mani e ha svelato il piano per la ripresa economica, una proposta che, se approvata così come è stata formulata, significherebbe uno scostamento dalla linea liberista con cui si affrontò la crisi finanziaria del 2008.

Il meccanismo prevede che l’Ue raccolga 750 miliardi dai mercati – attraverso le banche – e ne distribuisca due terzi sotto forma di sovvenzioni non rimborsabili per i singoli Paesi membri e i restanti 250 miliardi elargiti attraverso prestiti. È il NextGenerationEu, a parole basato su priorità tematiche green e digitali, con una entità di cifre che fa pensare ad un impegno distribuito con larghezza, lontano dall’idea di riscatto economico basato sullo scambio di soldi in cambio di tagli alla spesa sociale in pensioni, salari, sanità e istruzione che ha rovinato la Grecia.

La svolta appena delineata, ora dovrà essere approvata dal vertice dei capi di Stato e dai governi, un consenso che sembra meno complicato da ottenere dopo l’avvicinamento di Germania e Francia, ma è un beneplacito comunque da strappare, vista l’opposizione dei Paesi nord europei, più conservatori dal punto di vista economico, spalleggiati dai Paesi dell’est. Quindi ci sarà resistenza a separarsi da quelle politiche liberiste che hanno prodotto negli anni, non solo in Europa, ingiustizie sociali. Sarebbe sbagliato ora non contribuire a sbaragliare queste resistenze, rifugiandosi in quello scetticismo paralizzante, che spesso orienta a sinistra.

Contenuti e quantità della proposta enunciata al parlamento europeo sono noti. È stata anche segnata la strada su cui indirizzare le tante risorse che si intendono mobilitare, promuovendo fiscalità ambientale e transizione ecologica. C’è consapevolezza che non si avranno risultati in tempi brevi e per non lasciare indietro nessuno è necessaria una visione solidale che garantisca sostegno a chi il lavoro l’ha perso o lo perderà per questa crisi, o a chi il lavoro già non l’aveva. Non si sarebbe arrivati fin qui senza l’iniziativa politica prodotta dall’alleanza di intenti tra Spagna, Italia e Portogallo.

In un Paese come la Spagna, promotrice di questa soluzione, le forze politiche e sociali non si sono mai appassionate allo scontro se ricorrere o meno al Mes, anzi la coalizione di governo ha considerato un primo risultato della propria iniziativa averlo stravolto, condizionandolo alle spese sanitarie.

Ora è evidente che questa proposta della commissione europea dà sollievo politico sia al Psoe che a Unidas-Podemos. La Spagna solo adesso sta uscendo dal confinamento e dal blocco delle principali attività produttive e di servizio. La riapertura, ancora parziale, ha messo in evidenza gli attriti fra governo e opposizioni e ha mostrato una Spagna reale dove la disuguaglianza è cresciuta significativamente nell’ultimo decennio, dove i costi della crisi sono già altissimi e resteranno alti.

Oggi che l’origine della crisi è in un virus e non nelle banche o nello smisurato debito privato, l’esecutivo, per cercare di proteggere più persone possibili, deve affrontare la resistenza dei settori conservatori dello Stato che ancora mantengono il potere in alcune aree.

«Non permetteremo altre infanzie spezzate o generazioni perdute». Con questa frase Sánchez ha annunciato l’approvazione del reddito minimo vitale, avvenuta la scorsa settimana, per alleviare gli effetti di una crisi economica che continuerà nei prossimi due anni. Contemporaneamente si deve creare nuova ricchezza, da redistribuire con giustizia, e nuovo lavoro, duraturo e tutelato. È dunque comprensibile il sollievo che la proposta europea ha prodotto nei partiti di governo che potrebbero avere a disposizione, prima o poi, le risorse sufficienti da indirizzare su quel progetto per la transizione ecologica annunciato a inizio legislatura.

L’arrivo della pandemia ha svelato la fragilità e dipendenza dell’economia spagnola dal suo settore turistico. In pochi mesi di emergenza sanitaria si è azzerato il 14% del Pil, legato al turismo, settore che tanto dipende da mobilità e socialità, beni immateriali improvvisamente bloccati.

Quello spagnolo è un modello turistico selvaggio e inquinante, legato all’impiego precario e alla speculazione immobiliare, è una industria dominata soprattutto da capitali internazionali dove non esiste l’albergo familiare, ma le grandi strutture ricettive o le piattaforme di affitti brevissimi, che hanno mercificato i centri urbani. La crisi sanitaria del Covid-19 potrebbe diventare la proverbiale opportunità per il necessario cambiamento di rotta. Per ora non si intravede un progetto di turismo diverso, si immaginano gli alberghi del dopo Covid e si definiscono misure igieniche per ristoranti e voli, si pensa che per riconvertire tutto il settore basti aggiungere la parola sostenibile. Mentre sarebbe opportuno tenere a bada le troppe pressioni di operatori turistici quotati in borsa e dei poteri territoriali che li rappresentano e bisognerebbe trovare una soluzione per le tante persone, spesso giovani, spesso donne o migranti, che in questo modello di turismo, nel pulire una stanza d’albergo o nel servire una birra e una paella precotta, hanno l’unica fonte di sostentamento.

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