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Continua la sospensione delle attività didattiche in presenza senza certezze sulla ripresa. Resta il sospetto che tale scelta – più che da protocolli sanitari – sia dettata dalla volontà di approfittare del Covid-19 per cambiare paradigma e puntare decisamente sulla didattica a distanza

Hanno già riaperto i bar, i ristoranti, le aziende e i negozi di ogni categoria merceologica.
In base al nuovo Dpcm, datato 11 giugno 2020, dal 15 giugno sono ripartite le attività ludiche, ricreative – al chiuso e all’aperto – e le competizioni sportive, seppure a porte chiuse. Perfino le sale giochi, le sale scommesse e le sale bingo sono nuovamente accessibili, come pure i cinema e i teatri, sebbene con le dovute limitazioni, necessarie per il rispetto del distanziamento fisico (che prevede un massimo rispettivamente di 1000 spettatori all’aperto e di 200 al chiuso).
Dal primo luglio saranno consentiti i viaggi da e per l’estero nella Ue, nell’area Schengen, in UK e nell’Irlanda del Nord.

Le scuole hanno spalancato le porte solo ai maturandi dal 17 giugno, mentre il Miur ha indicato come data orientativa per la riapertura delle scuole primarie e secondarie il prossimo 14 settembre. Ma per la formazione terziaria – le Università, le Istituzioni di Alta Formazione Artistica Musicale e Coreutica e i master – continua la sospensione senza certezze sul futuro. Eppure si sa che per gli studenti fuori sede l’iscrizione all’università è legata alla ricerca di un alloggio, che normalmente si svolge nei mesi estivi, ma che l’attuale grado di incertezza scoraggerà inevitabilmente.

Insomma tutto riparte, dai giochi nei parchi pubblici agli aperitivi, dalle vacanze al gioco d’azzardo, dalle sagre agli spettacoli, ma il comparto dei “saperi alti” può attendere. Questo ritardo restituisce l’immagine di un Paese che mette all’ultimo posto – nella scala di priorità della ripartenza – la formazione alta “empatica”, quella che permette lo scambio di conoscenza e coscienza critica nella relazione diretta tra docenti e discenti e nella socialità tra studenti. Non è un bel segnale per un Paese che ha una bassa percentuale di adulti in formazione (solo l’8,1%, contro il 19,5% della Francia e l’11,6% dell’area euro) e un’alta percentuale di abbandoni scolastici (il 13,5% contro l’8,2% della Francia e il 10,6% dell’area euro), in base ai più recenti dati del cruscotto dell’European Pillar of Social Rights e che destina all’università meno della metà della spesa pubblica in percentuale al Pil, rispetto alla media Ue (0,4% contro lo 0,9%).

Resta il sospetto che tale scelta – più che da protocolli sanitari – sia dettata dalla volontà di approfittare del Covid-19 per cambiare paradigma e per accelerare lo sviluppo del 5G, uno dei messaggi chiave del rapporto finale della task force Colao: virando decisamente verso la didattica a distanza, con la sostituzione progressiva delle lezioni frontali (in una formula ibrida, denominata “blended”) per poi passare direttamente alla versione “smart” on line. Una visione che mentre persegue il marketing degli “upskilling” e la retorica delle università 5.0, usa la formazione terziaria, come grimaldello per tagliare ulteriormente i costi, per spingere gli investimenti sul 5G (in barba al principio di precauzione tutelato dalla nostra Costituzione), per eliminare il valore legale del titolo di studio (come proposto dall’Ambrosetti Club), facilitando così la privatizzazione della formazione universitaria e, non ultimo, per operare più facilmente il “distanziamento” anche a fini di controllo sociale.

Come dice Naomi Klein “Al centro di questa visione, che vuole scuole, ospedali, studi medici, polizia e altri corpi militari deleghino molte delle loro funzioni principali a società della tecnologia privata, c’è la perfetta integrazione dei governi con un piccolo gruppo di giganti della Silicon Valley”. Del resto quel piccolo gruppo di giganti, è lo stesso che attraverso le proprie piattaforme ha consentito la prosecuzione dell’attività didattica e degli esami durante il lockdown.

Ma la protesta non tarderà a farsi sentire. In maggio c’è stato il primo sciopero che ha visto professori, studenti e genitori invocare il ritorno, in sicurezza, alla scuola “normale”, non quella falsamente “smart”. Giovedì 25 giugno ci sarà un secondo sciopero, indetto sulla base di un appello di circa 900 docenti, cui il Comitato Rodotà aderisce convintamente e che contribuirà ad animare.

Antonella Trocino, Coordinamento Nazionale del Comitato Rodotà

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