Le stragi in mare durante i mesi della pandemia. I respingimenti illegali di chi tenta di fuggire dalla Libia, sempre più frequenti. E poi il destino disumano cui va incontro chi viene catturato dalle milizie libiche: essere usato come schiavo-soldato. Ecco le testimonianze di alcune vittime che chiamano in causa l’Italia e l’Europa

Non vale solo per i neri statunitensi fermati dalla polizia: riuscire a respirare, a sopravvivere, è un’impresa anche per i migranti che dalle coste del Nord Africa tentano di attraversare il Mediterraneo per raggiungere l’Europa. Lo è da tempo, lo è ancora oggi: le stragi nel Mare nostrum non si sono mai fermate nemmeno quando eravamo tutti concentrati sul lockdown per la pandemia. C’è stata quella “di Pasquetta”, quando 12 persone sono morte e 51 sono state respinte in Libia da una motopesca in seguito al mancato soccorso e alle negligenze di Malta e dell’Unione europea (su cui indaga la procura di Ragusa). E c’è stata quella del 10 giugno al largo delle coste tunisine, in cui hanno perso la vita oltre 50 persone provenienti principalmente dall’Africa subsahariana. Di tanti altri naufragi, come spesso purtroppo accade, non sapremo mai nulla. Ma, ad aggravare il quadro, si aggiunge un’ulteriore questione: chi si salva dalla morte in mare viene forzatamente ricondotto in Libia e sempre più spesso qui viene fatto sparire. E ora vi racconteremo come e da chi.

«L’Onu ha segnalato la recente scomparsa di più di 1.700 persone nel sistema dei lager libici», così si apre l’interrogazione al presidente Conte e ai ministri Di Maio, Guerini, Lamorgese presentata alcuni giorni fa alla Camera da Rossella Muroni, deputata Leu, per fare luce sulla vicenda. La cifra indicata emerge da un calcolo preciso. «Nei primi cinque mesi del 2020 – si legge nella interrogazione – un totale di oltre 3.115 persone è stato catturato in mare dalla cosiddetta Guardia costiera libica e dai maltesi, con la quotidiana collaborazione degli aerei della missione Frontex; le 3.115 persone catturate in mare sono state tutte respinte in Libia, con sbarco nel porto di Tripoli. Di queste, segnala l’Onu (in un report del Consiglio di sicurezza di maggio, ndr), solo 1.400 si trovano attualmente nel sistema dei campi migranti “ufficiali” di Al Serraj. Riguardo alle altre 1.700 persone non si conosce la fine che hanno fatto. In questi mesi tutti i gruppi di attivisti che si occupano di Libia hanno ricevuto moltissime segnalazioni di persone scomparse. Più di quante ne ricevono di solito. Parenti di rifugiati catturati nel Mediterraneo chiedono agli attivisti notizie dei loro cari, letteralmente scomparsi».

Tra questi attivisti c’è Sarita Fratini, scrittrice, autrice del blog SaritaLibre e portavoce del collettivo Josi & Loni project, in prima linea contro le deportazioni di migranti verso la Libia. È grazie all’impegno di ricerca e documentazione suo e del collettivo se è nata questa interrogazione parlamentare. Un impegno che, unito a quello di Giulia Tranchina, avvocatessa dello studio legale londinese Wilson Solicitors esperta in diritto d’asilo, ci aveva portato a raccontare alcuni mesi fa su queste pagine l’odissea di Omar e Nat (nomi di fantasia, v. Left del 28 febbraio, ndr), giovani migranti in fuga dalle bombe che piovevano in Libia, intercettati in mare il 17 febbraio dalla sedicente Guardia costiera di Tripoli e ricondotti forzatamente verso le coste nordafricane.

La testimonianza dei due ragazzi…

L’inchiesta prosegue su Left in edicola dal 19 giugno

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