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Con questo articolo di Carlo Flamigni, scritto per Left insieme al collega Corrado Melega il 26 giugno scorso, vogliamo ricordare l’amico e grande scienziato. Un forte abbraccio alla sua compagna, Marina Mengarelli da parte di tutti noi. Ci mancherà la sua umanità, il suo acume, la sua laicità, il suo ateismo, la sua disponibilità, la sua generosità, il suo sorriso

La Giunta regionale umbra ha stabilito che le donne che scelgono di interrompere la gravidanza con il metodo farmacologico debbano essere ricoverate in ospedale per almeno tre giorni. La decisione si lega a un parere del Consiglio superiore di sanità, che data ormai da 10 anni e che in tutte le Regioni compresa l’Umbria è stato disatteso sulla base dell’esperienza ormai consolidata in Italia e nel mondo. Questa esperienza e la storia del farmaco fanno sembrare grottesche le ragioni addotte dalla delibera umbra. Essa dovrebbe proteggere le donne da pericoli per la loro salute ipotetici mai riportati dalle relazioni ministeriali sullo stato di applicazione della legge 194, le quali al contrario sottolineano costantemente la sicurezza e l’efficacia della procedura in day hospital. La delibera del Consiglio regionale dell’Umbria sarebbe infatti dettata dalla necessità di «salvaguardare la salute e di non lasciare sole le donne» alle quali, ovviamente, nessuno ha chiesto un parere. Si tratta piuttosto dell’ennesimo attacco alla legge 194, portato dalla frangia più retriva della politica e della Chiesa; un attacco ideologico al buon senso ed alla buona pratica medica, in spregio alle evidenze degli ultimi 30 anni.
In uno studio del 2014 l’Organizzazione mondiale della sanità riferisce che ogni anno si possano approssimativamente contare nel mondo 213 milioni di gravidanze; di queste, 56 milioni finiscono in aborti, la quasi metà dei quali è eseguita in condizioni igienico sanitarie non sicure. Nei Paesi più poveri, nei quali lo standard sanitario è insufficiente o l’aborto non è legale, ciò fa salire la mortalità materna a 25 donne per 100mila gravidanze (a fronte dello 0.7 ogni 100mila dei Paesi più sviluppati). Secondo l’Oms, l’introduzione del metodo farmacologico ha significativamente diminuito l’incidenza di morbidità e mortalità materna. Per questo motivo, l’Oms indica la combinazione Ru486/misoprostolo come una delle procedure raccomandate per effettuare una Ivg nelle prime 9 settimane di gravidanza, e già nel 2005 ha incluso i farmaci per l’aborto medico Ru486 (mifepristone) e misoprostolo nell’elenco dei farmaci essenziali.
La Ru486 è utilizzata da circa 30 anni in quasi tutti i Paesi europei ed è il metodo prescelto in oltre il 50% delle interruzioni di gravidanza del primo trimestre. Qualche anno fa furono fatte indagini sull’accettabilità e sulla sicurezza del metodo, dalle quali risultò che la stragrande maggioranza delle donne lo avrebbe consigliato; si constatò inoltre che l’introduzione della metodica farmacologica non aveva comportato un aumento del ricorso all’aborto, come paventato da più parti. Emerse inoltre che, permettendo un intervento precoce, il metodo farmacologico riduceva i rischi di complicazioni. In Italia il metodo farmacologico fu introdotto dapprima in Piemonte con un protocollo sperimentale, e contemporaneamente in Toscana ed Emilia Romagna che, avvalendosi di una legge del 1997 che permetteva l’importazione di farmaci già approvati dall’Agenzia europea del farmaco, preferirono l’importazione dalla Francia. Poi, quando nel 2009 l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) autorizzò la commercializzazione nel nostro Paese un numero sempre maggiore di strutture ha adottato la procedura.
Ma, come si poteva intuire, iniziò subito una feroce battaglia nei confronti del metodo, accusato di favorire il ricorso all’aborto e di mettere in pericolo la vita delle donne. Forzando l’interpretazione della legge, il Consiglio superiore di sanità espresse un parere, sulla base del quale vennero stilate le linee di indirizzo ministeriali del 2010. Queste ancora oggi ci ricordano che «l’atto farmacologico si articola in un percorso temporale piuttosto lungo, quasi mai inferiore ai tre giorni e vi sono implicazioni estremamente importanti dal punto di vista psicologico sulla donna che ha deciso di seguire questo difficile e doloroso percorso».
Stabiliscono pertanto che la donna debba eseguire tutta la procedura in regime di ricovero ordinario, «fino alla verifica della completa espulsione del prodotto del concepimento». Nel parere del Css, che allora definimmo, da amanti della lirica «falsettone», si prescinde dai dati di evidenza scientifica e si lascia spazio a dichiarazioni di principio ideologiche, che trasudano paternalismo nei confronti delle donne, delle quali si interpretano i sentimenti, considerandole incapaci di decidere autonomamente della propria vita.
Nulla a che vedere con la pratica medica reale e con la nostra esperienza, che era sostanzialmente in linea con quella degli altri centri in Italia e in Europa. In Regione Emilia Romagna decidemmo quindi, sostenuti dalla Regione, di procedere con il day hospital, come avveniva nel resto del mondo. Fummo minacciati, con una lettera del ministro Sacconi, di deferimento alla Corte europea, minaccia che ovviamente non vide mai la luce.
Nel 2010 scrivemmo un piccolo libro, edito dall’Asino d’Oro: Ru486 non tutte le streghe sono state bruciate, che univa alla storia clinico-scientifica della procedura una polemica con l’onorevole Roccella e la professoressa Assuntina Morresi, due accanite avversarie del metodo, che a loro volta avevano scritto un libro dal titolo No all’aborto facile. Poi, indispettite dalla nostra ironia ne scrissero un altro, sempre molto aspro e altrettanto ideologico (direi ideologicamente falso, ma forse è troppo forte). Nel frattempo però la metodica era stata adottata da tutte le regioni, fino ad arrivare nel 2018 ad essere il 20,8% di tutti gli aborti in Italia, pur con nette differenziazioni tra le regioni e tra le varie strutture: ad esempio nella Ausl di Bologna il metodo farmacologico ha coperto nel 2019 più del 60% degli aborti; sempre in Emilia Romagna, i dati ufficiali del 2018 danno il farmacologico al 34% di tutti gli interventi per l’interruzione della gravidanza.
I detrattori del metodo continuano ad agitare lo spauracchio delle morti connesse all’utilizzo della procedura farmacologica, dovute a sepsi da Clostridium Sordellii. È probabile che se si fosse indagato con la stessa meticolosità sul metodo chirurgico si sarebbe arrivati agli stessi risultati.
Ad ogni modo la causa delle morti fu individuata nella somministrazione per via vaginale della prostaglandina: la sostituzione con la via orale (sublinguale o buccale) azzerò il problema delle sepsi. L’unica morte verificatasi in Italia, è stata attribuita invece a complicazioni cardiovascolari legate all’utilizzo di altri farmaci, e non a quelli utilizzati per la Ivg. I dati ufficiali sulle complicanze riportano nel 2018 il dato complessivo di 5,6/1000, per tutti i tipi di aborto. In Emilia Romagna quelle dell’aborto medico hanno inciso per il 2,2% nel 2018 (importante tener presente che il metodo prevede un controllo dopo 14-21 giorni, per cui il dato delle complicanze è più attendibile).
Nell’Ausl di Bologna nel 2019, con il 62% di interventi farmacologici, le complicanze sono state l’1,6%. In conclusione, si può dire che dai dati raccolti in questi anni, relativi ad alcune decine di migliaia di casi, confermano la sicurezza e l’efficacia della combinazione mifepristone (Ru486)-prostaglandine per l’interruzione volontaria di gravidanza. Pensiamo che sulla base della letteratura e dei dati raccolti in Italia l’Aifa e il ministero della Salute, superando le limitazioni imposte dal parere del Consiglio superiore di sanità del 2010, potrebbero rivedere le loro raccomandazioni autorizzando anche in Italia la somministrazione fino a 63 giorni. Riteniamo inoltre che sia tempo di abolire l’obbligo di ricovero durante tutta la procedura, ammettendo i soli regimi di day hospital e ambulatoriale, come avviene nel resto del mondo.
Sarebbe interessante confrontarsi adesso con le nostre accanite interlocutrici di allora, perché riconoscano che i fatti hanno dimostrato che il metodo farmacologico è efficace e sicuro, non è né migliore né peggiore, ma una possibilità di scelta; che l’aborto continua ad essere un problema sociale ed individuale a cui la legge 194 dà una risposta civile.

L’articolo è stato pubblicato su Left del 26 giugno 2020

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