Dopo l’accordo sul Recovery fund l’Italia ha 36 miliardi in più, e 380 in totale, per favorire la ripresa e affrontare l’autunno quando diminuiranno i sostegni a lavoratori e famiglie. Ma senza un progetto “keynesiano” di investimenti, nazionale ed europeo, capace di collegare protezione e rilancio, si fa dura

L’accordo europeo sul Recovery Fund rappresenta una svolta storica per l’Europa. Per l’Italia e, soprattutto per il premier Conte, si tratta di una vittoria netta: la trattativa si conclude con 36 miliardi in più per il nostro Paese, il 28% del totale delle risorse messe complessivamente a disposizione. La sfida, adesso, sarà quella di una efficace e tempestiva destinazione di questa enorme disponibilità finanziaria per favorire una ripresa economica che si innesti rapidamente sulla fase precedente che è stata giustamente caratterizzata dalle tutele e dagli ammortizzatori sociali.

Siamo nel pieno della cosiddetta “fase 3”, cioè due gradini oltre il lockdown e vicini alla messa a punto finale di un vaccino (anglo italiano e cinese) in grado di sconfiggere la pandemia, per il quale gli scienziati prevedono una possibile prima vaccinazione ai soggetti più a rischio entro la fine dell’anno. A livello mondiale, in alcuni Paesi, siamo ancora lontani dal picco epidemico. La sintesi estrema è che ci troviamo nel pieno della più grave crisi economico-sociale, dal dopoguerra ad oggi, creata da un virus insidioso per la sua capacità di diffusione e che ci costringerà ancora per lungo tempo ad adottare inevitabili misure di prevenzione. Misure che rendono difficile un ritorno alla normalità per molte attività imprenditoriali e commerciali ponendoci in una situazione che non ha precedenti. Di fronte a questi dati di realtà non possiamo ragionare in termini ordinari, come se dovessimo amministrare qualcosa di normale: il Covid a livello mondiale ha avuto e avrà un impatto violento sugli stili di vita, sull’economia, sull’occupazione e sulla salute delle persone. C’è dunque bisogno di una azione coordinata a livello mondiale volta a sconfiggere il virus senza distinzione tra Paese e Paese, malgrado ancora oggi ci sia chi, come Bolsonaro in Brasile e Donald Trump in Nord America, sottovaluta la gravità di quanto sta accadendo.
Ma c’è bisogno di una azione altrettanto energica per contrastare gli effetti devastanti sulle economie dei Paesi più colpiti dalla pandemia, tra i quali l’Italia. Il sentimento più diffuso, nel nostro Paese, è il timore per ciò che avverrà in autunno e quando diminuiranno i sostegni e le tutele per i lavoratori, le famiglie e le imprese. Il nostro governo ha deciso le prime deliberazioni di emergenza già a fine gennaio: l’ultima qualche giorno fa con la recente conversione del decreto Rilancio. Se proviamo a sommare le risorse destinate all’emergenza Covid, dal Cura Italia, ai decreti Liquidità e Rilancio, arriviamo alla cifra record di oltre 76 miliardi di euro a favore di imprese, lavoro dipendente e autonomo e famiglie: una cifra che non ha precedenti e che, sommata al totale delle risorse messe a disposizione dall’Europa (Recovery Fund, Bei, Sure, Mes) arriva a un totale di 380 miliardi di euro.

Lo sforzo prodotto in questi mesi ha anche mostrato alcune falle e si è scontrato con lungaggini burocratiche (ad esempio l’iter tormentato della Cassa integrazione) lasciando per mesi molte famiglie senza alcun sostegno economico e in molti altri casi le aziende davanti alla necessità di anticipare cifre enormi di Cigs con le attività ferme. La sburocratizzazione rimane uno dei nodi più aggrovigliati da sciogliere, soprattutto di fronte ad un dato che non ha precedenti: nel 2010, anno orribile della Cassa integrazione, abbiamo autorizzato 1 miliardo e 200 milioni di ore di cassa integrazione; oggi, nei primi 5 mesi del 2020, siamo già a un miliardo e 800milioni di ore che corrispondono a 2 milioni di lavoratori fuori dalla produzione dall’inizio dell’anno. Di questo stiamo parlando. Stiamo parlando della necessità di far ripartire questo Paese senza zavorre. E il duro negoziato europeo è stato l’occasione giusta ed è stato all’altezza della sfida. Stavolta sarà vietato…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 24 luglio

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