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La cultura, la professionalità, le forme di reclutamento, gli assetti normativi delle forze di polizia riguardano i cittadini e la democrazia. Perciò dobbiamo pretendere una radicale riforma e strumenti di dialogo permanente fra gli apparati e la società civile

Le forze dell’ordine italiane sono proprio come sembrano. Chiuse, autoreferenziali, insofferenti alle critiche, strutturalmente incapaci di rendere conto dei propri errori, correggerli e quindi prevenirne di ulteriori. In questi giorni colpiscono le notizie riguardanti la caserma “gomorrista” dei carabinieri di Piacenza, tali e tanti sono gli abusi messi a nudo, l’arroganza dimostrata dai protagonisti, le complicità esplicite e implicite di cui hanno goduto per mesi, se non per anni. Si può restare colpiti, ma non sorpresi, perché i precedenti sono numerosi. Basti pensare all’inchiesta sulla caserma dei carabinieri di Aulla, in Lunigiana: anche lì storie di violenze e violazioni di legge. O alla tragica vicenda di Stefano Cucchi, un caso di tortura, di menzogne, di falsi, di depistaggi venuto infine alla luce non certo per un impulso autocritico dell’Arma.
Si potrebbero citare altri casi, ma tanto basta a chiarire i termini della questione: le forze dell’ordine, in Italia come in tutto il mondo, sono esposte al rischio dell’abuso di potere. Ciò che differenzia un Paese dall’altro, è negli anticorpi etici e professionali di prevenzione e negli strumenti tecnici e giuridici previsti per garantire risposte adeguate una volta denunciato o accertato un abuso. L’Italia, sotto questo profilo, non è all’avanguardia, per usare un eufemismo. Per farsi un’idea della strutturale incapacità delle nostre forze dell’ordine di punire e prevenire gli abusi, si può leggere la sentenza di condanna per l’Italia pronunciata nel 2015 dalla Corte europea per i diritti umani sul caso Diaz, una clamorosa vicenda di violenze, falsi e menzogne durante il G8 di Genova del 2001 riguardante il vertice della polizia di Stato. La Corte definì le violenze alla Diaz un caso di tortura – come in Italia nessuno aveva osato fare, nonostante l’evidenza – e indicò una per una le gravissime mancanze del nostro sistema istituzionale: le inchieste della magistratura «ostacolate impunemente» dai vertici di polizia; le condanne faticosamente inflitte ma con pene lievi e addirittura coperte in buona parte dall’indulto; la mancata individuazione dei responsabili dei pestaggi (non identificabili, in assenza di codici di riconoscimento sulle divise); l’assenza di procedimenti disciplinari per i funzionari e i dirigenti sotto inchiesta e le mancate destituzioni a condanne avvenute; il vuoto legislativo in materia di tortura.

Il G8 di Genova è stata una caporetto per le forze dell’ordine italiane, il cui discredito interno e internazionale è cresciuto, anziché diminuire, negli anni successivi ai fatti. Tutto ciò è accaduto perché i deficit etico-professionali e normativi affondano nella storia dei …

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Articolo di Lorenzo Guadagnucci, Comitato verità e giustizia per Genova

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