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La vicenda del re emerito travolto da scandali e corruzione divide la maggioranza: il Psoe difende la monarchia mentre Unidas Podemos è dichiaratamente repubblicano. E intanto si affaccia l’ipotesi del referendum

Travolto dalla corruzione il re emerito di Spagna Juan Carlos I, padre di Felipe VI il regnante, ha scelto di fuggire dal suo Paese. Decisione presa in accordo con la casa reale, con Sofia di Grecia, la regina consorte rimasta in vacanza a Maiorca, e dopo aver debitamente informato la componente socialista del governo, ma evitando di coinvolgere Unidas Podemos formazione dichiaratamente repubblicana, dunque una decisione di stato.
È evidente che la prima conseguenza della sua scelta, che aggiunge ulteriore meschinità alla sua storia da tempo compromessa, dovrebbe essere l’apertura della crisi dell’istituzione monarchica spagnola e con essa del patto costituzionale del ’78.

Ha ragione Aitor Esteban, giurista e capogruppo parlamentare del partito nazionale basco, a sostenere che senza cambiamenti radicali la monarchia è destinata a essere spazzata via dalla Spagna e sbaglia la vicepresidente del governo Carmen Calvo, socialista, a pensare di liquidare la vicenda sostenendo che il re emerito «non fugge da nulla, non è coinvolto in nessuna causa», come se fosse partito per un viaggio di piacere, come se non dovesse rispondere di corruzioni e frodi fiscali di fronte alla giustizia.
Una crisi istituzionale che capita nel momento meno opportuno, mentre la Spagna attraversa uno dei peggiori momenti di vita collettiva, nel pieno di una massiccia ripresa dei contagi con le strutture sanitarie di nuovo in difficoltà, mentre parte della popolazione, in piena crisi climatica, è costretta a convivere con temperature ben oltre i 40 gradi, alla vigilia di un autunno che si annuncia carico di tensioni sociali per la crisi economica.

Sánchez ha ribadito al consiglio dei ministri e al suo partito che «La monarchia fa parte del patto costituzionale. E noi siamo leali, dall’inizio alla fine» e ha tentato di tenere fuori il governo di coalizione da questa vicenda, ma è stato poco convincente. Le differenze con Unidas Podemos sono emerse con forza e ancora di più si sono manifestate quelle con i repubblicani catalani di Erc, la cui astensione in parlamento è determinante per la sopravvivenza del governo progressista.

Certo non è all’ordine del giorno un referendum sulla monarchia, ma è difficile pensare di tenerla fuori dalla crisi quando un terzo del parlamento sospetta della monarchia, il re Felipe VI è persona indesiderata in Euskadi e Catalogna e uno dei partiti al governo ritiene che sia giunto il momento di aprire il dibattito sulla repubblica. Inoltre sulla crisi istituzionale si sono lanciate le tre destre spagnole tentando di usare le differenze fra i due partiti di coalizione per spingere i socialisti a sbarazzarsi di Unidas Podemos dal governo. Su questa messa in crisi del rapporto fra Psoe e Unidas Podemos le destre ritrovano subito unità di intenti, lasciando capire che un loro atteggiamento più responsabile e collaborativo avrebbe come prezzo la rottura a sinistra e la liquidazione del programma che ha permesso la formazione del governo progressista.

Il tentativo dei socialisti e di Sánchez di attirare Ciudadanos per strappare una astensione sul voto, in autunno, del nuovo bilancio, dividendo il fronte delle destre, è una tattica che finora ha logorato solo la maggioranza.
Dividere le destre e indebolirle potrebbe servire a togliere un punto di riferimento a quella rabbia sociale che sarà difficile contenere quando termineranno le garanzie e il sostegno dello scudo sociale voluto dal governo progressista, come la cassa integrazione, e quando le risorse europee tarderanno ad arrivare. Ma, a prescindere dalla crisi della monarchia, c’è il rischio di mandare a monte la maggioranza progressista, proprio quando il Paese patisce e l’incertezza del futuro è più forte. Mentre continua la paura del virus, l’uscita sociale dalla crisi e quella promessa di non lasciare indietro nessuno è sempre più difficile immaginarla se si continua a rinviare, a chissà quali tempi più opportuni, capitoli importanti del programma concordato con Unidas Podemos, dalla revisione della legge sul lavoro a una riforma fiscale che comprometta patrimoni e speculazione finanziarie, all’urgenza di una riforma della giustizia che nega da mesi ogni indagine sugli imbrogli e i traffici del re emerito, mentre cancella la semilibertà per lavoro appena concessa ai dirigenti indipendentisti catalani.

È agosto e, scappato il re emerito forse ai Caraibi, iniziano le brevi vacanze istituzionali: chi non è scappato dalla casa reale si riunisce a Maiorca, il presidente del consiglio a Lanzarote, consiglio dei ministri sospeso fino al 25 agosto, ma vista la situazione sanitaria, tutti e tutte reperibili a meno di due ore da Madrid in auto o in aereo. Rimane il dubbio che il Psoe stia varcando il confine fra scelta tattica per dividere le destre e le decisioni strategiche abbindolato dalla grande coalizione.

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