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«Oggi – dice Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università di Milano – siamo attrezzati meglio per affrontare un eventuale picco epidemico, ma seguendo poche importanti regole possiamo evitarlo». Purché si smetta di confondere i cittadini con messaggi negazionisti

Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università di Milano e direttore sanitario dell’Irccs Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano

Professor Pregliasco, da circa due mesi in Italia il dato dei contagi giornalieri sembra piuttosto stabilizzato. Non mancano però alcuni picchi legati alla scoperta di nuovi focolai. Nulla comunque a che vedere con quanto sta accadendo in Spagna, per esempio, dove dopo una fase di relativa calma il ritmo dei contagi è improvvisamente aumentato nell’ordine di migliaia al giorno. Come si può leggere questa situazione?
In Italia abbiamo superato la fase epidemica e siamo in una fase cosiddetta endemica. Io dico che dobbiamo considerare la seconda ondata come la peggiore delle eventualità ma appunto un’eventualità. Cioè dobbiamo tener conto che potrebbe verificarsi per attrezzarci e organizzarci nel miglior modo possibile. Se non altro perché la storia ci dice che altre pandemie lasciate a se stesse, senza particolari misure di prevenzione e contenimento, a un certo punto si sono ripresentate.
Si parla molto dell’autunno come possibile orizzonte temporale.
Sicuramente in autunno ci sono sbalzi termici, e il fatto che i sintomi di questo virus gli consentano di nascondersi tra le pieghe di un’influenza aumenta la possibilità di mimetizzarsi. Come del resto è già successo all’inizio dell’anno. C’è però un elemento che secondo me va considerato in maniera positiva. In questo momento noi stiamo scoprendo moltissimi casi di asintomatici, persone che durante la prima ondata raramente venivano intercettate. Questo significa che oggi siamo capaci di individuarle riducendo progressivamente il rischio di nuovi focolai.
È sufficiente questo per stare tranquilli?
Diciamo che è una condizione necessaria ma non sufficiente. L’acquisita capacità di intercettare gli asintomatici porta risultati positivi solo se il Sistema sanitario nazionale non viene messo in condizioni critiche. Va quindi evitato di fare di tutto per infettarci con le “movide” o di ascoltare i nemici delle mascherine, perché è chiaro che così diventa tutto più difficile.
Lei fa parte dei medici e scienziati ottimisti o pessimisti?
Io sono ottimista ma prudente. I focolai son dovuti a tre possibili situazioni che a volte si intersecano: attività lavorative a rischio (es. macellazione di animali, spedizionieri etc), situazioni sociali a rischio (es. abitazioni sovraffollate), e la terza è che il virus sicuramente arriva per lo più dall’esterno. Anche in business class. Questo per rispondere a chi dice che è colpa dei migranti. Diversi Paesi occidentali sono in una fase espansiva, quindi ci sono molti casi di ritorno.
Mascherina sì o no? Dove e quando?
Non avrebbe senso e non sarebbe ragionevole lanciare la moda della tintarella con il segno della mascherina. Però io dico che in questo momento in tutta Italia la dobbiamo avere sempre con noi come fosse un accessorio moda, come gli occhiali da sole. C’è qualcuno che li porta anche di notte per darsi un tono, però normalmente l’occhiale da sole lo usiamo quando serve. Riguardo la mascherina bisogna tener conto che non sempre sappiamo valutare quando serve. Mi riferisco al discorso sugli asintomatici che facevo prima. Persone che stanno bene e che si trovano solo con il sierologico. Sicuramente sono meno contagiosi di chi tossisce in un luogo chiuso e con sintomi evidenti. Però rappresentano a oggi un rischio effettivo e dunque le precauzioni vanno prese.
Altrimenti sarà seconda ondata?
Se manteniamo questa capacità sistematica a livello territoriale di individuare i casi sospetti, di evitare i contatti stretti e di agire con quarantene mirate, spegnendo gli incendi finché son piccoli, e se noi con il nostro senso civico facciamo la nostra parte, allora a mio avviso la seconda ondata non ci sarà. E continueremo ad avere dati ondulanti simili quelli odierni. Cioè numeri piccoli sia nei contagi che nei decessi. È chiaro che una vita è una vita ma dal punto di vista numerico la situazione è ben diversa dal marzo scorso.
Quello che accade ora in Spagna può essere considerata seconda ondata?
Non ancora. Sono le premesse per una possibile seconda ondata. È una fase di rialzo che va controllata perché il rischio c’è. È comunque il segnale che qualcosa è stato sottovalutato ed è stato lasciato andare.
Quanto può incidere in Italia l’esperienza vissuta cinque mesi fa?
Una patologia di questo tipo che si mimetizza molto bene ai suoi prodromi, che passa in poco tempo da influenza a polmonite rende tutto molto difficile. Di fatto la prima ondata…

 

L’intervista prosegue su Left che esce il 7 agosto

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