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Il governo di Varsavia vuole smantellare un sistema fondato sul rispetto dei diritti umani, denuncia Marta Lempart, fondatrice del movimento Ogolnopolsky strajk kobiet. «In Polonia vogliono un mondo “perfetto”, senza donne libere, persone con disabilità e omosessuali»

«Spazzatura di sinistra». Così Marlena Maląg, ministra della Famiglia polacca, definisce la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, meglio conosciuta come Convenzione di Istanbul. «Manifesto dell’ideologia gay» l’ha invece additata il ministro della Giustizia Ziobro, che il 25 luglio ha avviato le procedure per uscire dal trattato (v. Calesini a pag. 34). «Non c’è bisogno di una Convenzione internazionale per prevenire la violenza sulle donne in Polonia», ha ribadito Ziobro. Tuttavia, gli avvenimenti susseguitisi negli ultimi anni a queste latitudini dicono altro.

Ne è convinta Marta Lempart, fondatrice del movimento dello sciopero delle donne Ogolnopolsky strajk kobiet (Osk), che ha accettato di rispondere alle nostre domande per aiutarci a capire costa sta realmente accadendo in Polonia. «La Convenzione – osserva Marta Lempart – rappresenta per il governo di Varsavia un ostacolo alla legalizzazione della violenza domestica. Nel 2017 avevano proposto una legge che avrebbe esonerato la polizia e i servizi sociali dall’obbligo di registrare la violenza domestica, non riconoscendo come tale, inoltre, l’abuso psicologico». La proposta di legge  è stata pubblicata sul sito ufficiale del Parlamento polacco e in seguito cancellata. «Ma io ho la copia – afferma Lempart -, non è stata cancellata ma solamente congelata». Finché la Polonia aderisce alla Convenzione di Istanbul questa legge non potrà essere implementata, ma per l’attivista «è solamente una questione di tempo prima che riescano ad abrogare la ratifica». All’inizio del 2019 Diritto e giustizia (PiS), il partito dei conservatori al governo, emulando una legge vigente in Russia aveva addirittura proposto una nuova norma che avrebbe riconosciuto un atto come violenza domestica solamente nel caso in cui la donna fosse stata colpita più di una volta. Dopo due giorni di vibranti proteste dei movimenti femministi, la proposta è stata ritirata.

La volontà di uscire dalla Convenzione è pertanto un atto politico, osserva Lempart, che si innesta sulla stessa linea ideologica perseguita dal…

L’articolo prosegue su Left del 14-20 agosto

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