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Il tentativo di modificare in peggio la Costituzione – attraverso la riduzione del numero degli eletti in Parlamento – rappresenta un primo passo verso una pericolosa deriva autoritaria. Le ragioni del NO al referendum

Manca appena un mese al voto del referendum sulla riforma costituzionale e non è ancora partita alcuna vera campagna di informazione sui media mainstream. Anzi. I quotidiani a maggior diffusione fanno apertamente disinformazione dandone già per scontato l’esito, mettendo così a tacere ogni dibattito. Non si è comportato meglio il servizio pubblico. Per lunghi mesi ha dominato un silenzio assordante. Solo di recente si registra qualche tribuna elettorale in Rai ma in orari pomeridiani assai improbabili per agosto. Solo noi di Left e Radio Radicale abbiamo fatto della campagna referendaria un punto cardine, ormai da mesi, fermamente convinti che i cittadini abbiano tutto il diritto ad una corretta informazione per potersi fare una propria opinione.

Tanto più in questo caso, poiché quello di settembre è un appuntamento decisivo per il futuro della Repubblica, che è stato “camuffato”, tenuto sotto traccia, anche con l’impropria decisione di indire un Election day. Il 20 e il 21 settembre, infatti, in molte parti d’Italia gli italiani saranno chiamati a votare anche per elezioni amministrative e regionali. Senza nulla togliere all’importanza di avere buone amministrazioni locali con questo referendum (che non prevede un quorum) confermativo della legge costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari ci giochiamo qualcosa di assai diverso.

Se dovessero vincere i sì la Costituzione ne uscirebbe sfregiata e con essa il suo cardine: la democrazia fondata sulla rappresentanza. L’articolo 1 della Carta parla chiaro: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Proprio per esercitarla i cittadini votano i loro rappresentanti che devono essere in numero congruo, proporzionato alla popolazione. Se quel numero viene falcidiato, inevitabilmente, anche il diritto dei cittadini di vedere le proprie istanze rappresentate in Parlamento lo sarà.

Senza contare che il taglio lineare del numero di deputati e senatori, al di là di un risibile risparmio (pari a una tazzina di caffè all’anno per ogni cittadino) non porta alcun miglioramento alla funzionalità del Parlamento. La riforma del bicameralismo perfetto non è stata affrontata, non sono previsti al momento contrappesi e non è stata cambiata la legge elettorale in senso proporzionale come era stato annunciato, né si è previsto di cambiare i regolamenti parlamentari ecc. Le questioni irrisolte sono numerose e, ormai, difficilmente potranno essere affrontate prima del voto.

Appare dunque del tutto evidente che con questo ennesimo tentativo di controriforma della Costituzione (dopo quelli di Berlusconi nel 2006 e di Renzi nel 2016) i fautori della democrazia diretta controllata da piattaforme private sferrano un attacco violento alla centralità e alla funzionalità del Parlamento.

La riduzione del 36,5 per cento dei parlamentari determinerà una grave alterazione della rappresentanza territoriale come torna a denunciare in questo suo nuovo intervento Alfiero Grandi, già autore del volume edito da Left dal titolo La democrazia non è scontata. Questa furibonda sforbiciata alla democrazia nei fatti colpisce i cittadini, privandoli di sovranità, ma non colpisce i maggiori partiti che anzi grazie anche alle soglie di sbarramento risulterebbero rafforzati considerando che già ora sono le segreterie a decidere le candidature (non più espressione dei territori), scegliendole fra i fedelissimi. In altre parole la politica sarebbe sempre più gestita da un’oligarchia che compila le liste elettorali. Invece di essere indebolita, la cosiddetta casta risulterebbe dunque addirittura rinvigorita.

Questo tentativo di modificare in peggio la Costituzione rappresenta un primo passo verso una pericolosa deriva autoritaria, favorisce chi vuole al comando un uomo forte al posto del Parlamento, avverte il presidente emerito dell’Anpi, il partigiano e giurista Carlo Smuraglia, invitando i cittadini a reagire, votando no, per evitare questo grave vulnus alla nostra democrazia. Gli fa eco qui il costituzionalista Giovanni Russo Spena argomentando in modo autorevole e cristallino i fondamentali motivi per cui questa controriforma è da rigettare. È una battaglia trasversale che riguarda tutti coloro che credono nello Stato di diritto, laico e democratico, scrivono Maurizio Turco e Irene Testa del Partito radicale. È una battaglia da fare fino in fondo anche per far crescere la cultura politica democratica.

L’editoriale è tratto da Left del 21-27 agosto 2020

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