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A un mese dal referendum sul taglio dei parlamentari Pd e Leu chiedono a gran voce la legge elettorale pur sapendo che prima del voto è impensabile riuscire ad averne una nuova. Inoltre non basterebbe: per il Senato, in nove regioni, è impossibile qualsiasi proporzionalità

La Corte costituzionale ha respinto i ricorsi contro l’ammucchiata elettorale del 20 e 21 settembre e quindi la strada verso il referendum costituzionale è spianata. È certo che si voterà. La decisione che uscirà dal voto sarà definitiva perché il referendum costituzionale è valido qualunque sia il numero dei votanti e non ci sono altre prove di appello. Siamo di fronte ad una scelta secca.

Votando Sì, il taglio degli eletti in Parlamento diventerà definitivo, con il risultato di scendere a 400 deputati e 200 senatori a partire dalla prossima legislatura. Votando No, il taglio del Parlamento non ci sarà e la decisione del Parlamento stesso verrà annullata dal voto popolare, esattamente come nel 2016 per la controriforma Renzi e nel 2006 per quella di Berlusconi.

Perché è auspicabile che il taglio del Parlamento venga bocciato? Anzitutto perché viene giustificato con motivazioni ridicole, come il risparmio di 50/60 milioni all’anno, come se il funzionamento della democrazia si potesse valutare sulla base del costo del funzionamento dei suoi organi. Se ne è reso conto anche chi l’ha promosso, perché Di Maio e il M5s nella sceneggiata del taglio delle poltrone davanti a Montecitorio hanno dovuto arrotondare di molto il risparmio e moltiplicarlo per dieci anni per dargli un minimo di sostanza. Senza dimenticare che l’Italia per uscire dalla grave crisi occupazionale ed economica seguita alla pandemia di Covid-19 ha bisogno di risorse ingenti, aumentando il deficit pubblico di cento miliardi di euro e con un sostegno europeo di centinaia di miliardi, cifre che mettono in ridicolo i risparmi del taglio.

Difficile sostenere seriamente l’argomento che con meno parlamentari ci Perché il M5s ha scelto dalle origini di fare coincidere i parlamentari con la casta e ha proseguito questa scelta populista e demagogica prima con la maggioranza creata con la Lega, che ha votato per tre volte il taglio del Parlamento, mentre Pd e Leu che fanno parte della maggioranza del secondo governo Conte hanno capovolto la loro precedente posizione, decidendo di votare a favore del testo M5S/Lega nell’ultimo voto parlamentare, con la motivazione che questo era indispensabile per formare la nuova maggioranza. Rendendosi conto dell’enormità del capovolgimento di fronte, che riguarda un aspetto centrale della nostra Costituzione come il Parlamento, sono stati chiesti due riequilibri: altre modifiche della Costituzione e una nuova legge elettorale. Dopo avere atteso per un anno senza alcuna novità, Pd e Leu hanno chiesto a gran voce la legge elettorale, pur sapendo che prima del 20-21 settembre è impossibile averne una nuova. Al massimo ci potrebbe essere un inizio dei lavori parlamentari. Inoltre la legge elettorale non basterebbe perché per il Senato in nove Regioni qualunque proporzionalità è impossibile. La questione più seria è come sempre il merito: per quello che dice e per quello che tace. Dice …

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L’autore: Alfiero Grandi, vice presidente del Comitato per il No al taglio dei parlamentari promosso dal Coordinamento per la Democrazia costituzionale, è autore del libro La democrazia non è scontata. No al taglio dei parlamentari, edito da Left 

L’articolo prosegue su Left del 21-28 agosto

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