l talento di John Fante, la sua reale statura nella letteratura americana sono stati per lungo tempo sottovalutati perché veniva sempre messo nella categoria “scrittori etnici” e questo un po’ per colpa ma anche per pigrizia. Si guardava la cosa più appariscente senza rendersi conto, senza voler rendersi conto. Ci sono anche delle ragioni di tipo editoriale, dietro, cioè di tipo economico. Forse non c’era l’interesse a farne uno scrittore americano a tutto tondo, insomma si preferiva guardare all’immagine dell’italoamericanità piuttosto che alla totale aderenza dell’opera di Fante all’epopea della letteratura americana del XX secolo, che è stata semplicemente travolgente.
Se noi siamo qui a parlare di letteratura lo dobbiamo agli americani. Loro hanno tirato la carretta della letteratura del XX secolo. Hanno fatto solo lì più che abbastanza per tutta la nostra civiltà. Tra quelli che hanno fatto il meglio c’è John Fante. Su questo io non ho dubbi proprio perché passando anche attraverso un’esperienza personale, il contatto fisico con questa origine italiana, con questo punto di fuga e di ritorno che è questo Paese, io poi sono potuto andare ancora più tranquillamente oltre la cortina dell’italoamericanità e ritrovarmi là dove ero partito…
Ecco io sostenevo che la sostanza in purezza distingueva la grandezza di John Fante dalla grandezza di altri scrittori – che magari, americani di primo livello, avevano scavato un solco anche più profondo nella tradizione, ma con altri strumenti. Citavo Faulkner, non è che citavo pizza e fichi, citavo Francis Scott Fitzgerald, cioè scrittori dell’epoca di Fante, o precedenti, oppure anche successivi, che per me – è una modesta opinione, però convinta – devono essere nominati nello stesso fiato insieme a John Fante. E dunque John Fante non è inferiore a loro come impatto, come portata storica, e soprattutto come lavoro letterario, come forza nel portare avanti la tradizione – dicevo prima: tirare la carretta -, allorché in Europa si cominciava a giocherellare, diciamo così, con le avanguardie, con i passi indietro, con la fine di questo, la crisi di quello, e dando retta a queste comunque rispettabilissime forme di pensiero evoluto la letteratura si sarebbe dovuta fermare, come del resto è successo. Per una ragione o per un’altra, se voi dovete andare a cercare la grande tradizione francese dovete retrocedere fino a Proust, e da Proust indietro nel XIX secolo, senza voler offendere nessuno. È un dato di fatto che Francia, Gran Bretagna, Germania, cioè quelli che avevano dominato la scena romanzesca dell’Ottocento, che avevano inventato il romanzo contemporaneo, il romanzo borghese, nel secondo Novecento si sono un po’ fermati. Anche la Russia si è fermata, per altre ragioni, nel portare avanti quell’opera di colonizzazione che la letteratura aveva prodotto per tutto l’Ottocento.

Perché dico colonizzazione? Perché dico che…

L’articolo prosegue su Left del 21-27 agosto 2020

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